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   Diario di viaggio in Mali (di Roberto Collina)

   Per raggiungere Djennè lasciamo quella che è la via di comunicazione principale fra Bamako e Mopti.

   Percorriamo una trentina di chilometri per raggiungere l’approdo del traghetto che ci permetterà di attraversare il fiume Bani, una grossa diramazione del fiume Niger.

   L’imbarcazione non è diversa da quella che mi aspetto. E’ il solito battello, dall’aria vissuta, tenuto insieme da riparazioni di fortuna tanto numerose quanto efficaci (per fortuna).

   Il suo andare avanti ed indietro sul fiume, è regolato solo dalle piogge che quest’anno si sono dilungate più del solito. Il vecchio motore diesel si mette in moto ancora una volta, borbottando con la sua voce profonda ma sovrastata dagli ordini del comandante. Lo accompagnano le grida dei ragazzini che si tuffano in acqua e la voce gracchiante di una grossa e vecchia radio a transistor che un viaggiatore tiene ad un volume esagerato.

   Alla donna che sta lavando i panni nei pressi dell’approdo se ne unisce una seconda; per un attimo si girano verso il traghetto, con un gesto di saluto, per rispondere ad un richiamo lanciato da qualcuno, poi riprendono a strofinare le stoffe in quell’acqua che sà di carburante.

Il traghetto sul Niger verso Djenne Bucato sul Niger Il traghetto sul Niger verso Djenne
Il traghetto sul Niger verso DjenneBucato sul NigerIl traghetto sul Niger verso Djenne

   Durante la breve attraversata su una superficie liscia come uno specchio, passiamo vicino ad alcuni isolotti sui quali sorgono piccoli villaggi, o anche una sola capanna. “Qui non si muore di fame” penso, “speriamo che non si muoia per l’acqua! “.

Capanna lungo il Niger Fiume Niger
Capanna lungo il NigerFiume Niger

   Per il fatto di essere un po’ defilata dalla viabilità principale, chi non ha molto tempo tralascia di visitare Djennè. Così essa non è cambiata molto nel corso dei secoli.

La moschea di Djennè
La moschea di Djennè
   Appena approdati, ci dirigiamo subito verso il centro della città resa famosa dall’elegante moschea, costruita agli inizi del ‘900, interamente in mattoni di fango. Si dice che sia la più grande al mondo nel suo genere.

   A quest’ora c’è ancora la calma necessaria per potersi godere l’esterno della costruzione, poi tutta la zona incomincerà ad animarsi per il mercato.

   La costruzione è più imponente di quanto pensassi. Al suo interno, mi dicono che un centinaio di colonne, sempre in fango, sorreggono la parte centrale dell’edificio, ma ne dimezzano la superficie. Sulla facciata esterna si vedono spuntare un notevole numero di travi, ricavate dal legno di una palma specifica non gradito alle termiti.

La moschea di Djennè La moschea di Djennè Ingresso alla moschea riservato alle donne Un particolare della moschea
La moschea di DjennèLa moschea di DjennèIngresso alla moschea riservato alle donneUn particolare della moschea

Mattoni di fango per la manutenzione della moschea
Mattoni di fango per la manutenzione della moschea
   Dopo la profanazione avvenuta da parte di un fotografo ed alcune modelle per un servizio di moda, l’accesso è vietato ai non mussulmani.

   Durante il periplo della moschea, troviamo una persona intenta a fabbricare i mattoni di fango che serviranno per la continua manutenzione di cui necessita la moschea.

   Il nostro tour continua girovagando per le strade e cogliendo quelle immagini e quegli attimi di vita quotidiana che tanto mi piacciono.

 
 
 

Il mercato di Djennè
La moschea di Djennè
   Intanto il mercato è incominciato ed io mi metto alla ricerca di personaggi e volti da fotografare, fra le proteste di Teresina che vorrebbe rituffarsi nel suo interno, fra le bancarelle.

   Le spiego che anche nella parte periferica si svolgono delle attività interessanti e sicuramente meno odorose.

Bambina assonnata Inizia il mercato Volti del mercato Volti del mercato
Volti del mercato Volti del mercato Volti del mercato Bambino
Donna col suo bambino Insegnante di Corano Allievo Venditrice di pesce

   Ci rimettiamo quindi in viaggio e raggiungiamo Mopti verso sera. Come si può non fissare i colori del tramonto sul Niger?

   Il giorno successivo lo trascorriamo in piroga visitando una serie di piccole isole e villaggi.

Tramonto sul fiume Niger In piroga sul Niger Una delle isole sul Niger Una delle isole sul Niger
La gente sull'isola La gente sull'isola La gente sull'isola La gente sull'isola
   
  Bambina sull'isola Cottura del cibo  

   La gente del posto vive essenzialmente di pesca, mentre chi sta più lontano dal corso del fiume, può contare sulla coltivazione del riso.

   Al nostro ritorno possiamo osservare meglio il porto fluviale di Mopti che, con le sue grandi pinacce (leggi pinas - trad. piroghe giganti), assicura il collegamento fra i villaggi lungo il fiume Niger.

   

   Una volta alla settimana ne parte una anche per Bamako, ma la tratta più remunerativa è quella che risale il fiume verso Nord-Est fino a raggiungere Timbuktu (Tombouctou per i francesi), la leggendaria porta sul deserto.

   Non mi dispiacerebbe provare l’emozione di quel viaggio, ma la ragione (di nome Teresina) ha il sopravvento.

Trasporto di tappeti
Trasporto di tappeti
   La sistemazione sull’imbarcazione, le merci trasportate, i passeggeri, le soste, le zanzare, l’acqua, il cibo… comportano alcuni rischi e nessuna comodità in un viaggio di parecchi giorni, tempo necessario per coprire il tragitto che è di quasi trecento chilometri.

   Raggiungere Timbuktu via terra, mi dicono che è un viaggio altrettanto scomodo e lungo. Trovare un fuoristrada in affitto, in buone condizioni, è difficile oltre che costoso, inoltre la prudenza vorrebbe che fossero almeno due. Partendo da Mopti ci sarebbero solo una quarantina di chilometri di strada asfaltata, un’altra quarantina di piste accettabili, poi solo piste malagevoli che ci costringerebbero a velocità di crociera ridottissime; occorrerebbe un adeguato rifornimento di acqua, carburante, viveri… non me la sento di avventurarmi.

   In passato ho affrontato diversi rischi, ma sempre e solo con persone e mezzi fidati. Decidiamo quindi di raggiungere Timbuktu in aereo, ma solo dopo aver visitato il paese dei Dogon ai piedi della falesia di Bandiagara.

   Abbiamo due possibilità per discendere la falesia: in fuori strada, facendo un lungo giro, oppure a piedi. E’ d’obbligo scendere a piedi, anche perché i villaggi sottostanti, sono stati lasciati, non a caso, al loro stato primordiale.

In marcia verso la falesia di Bandiagara
In marcia verso Bandiagara
   Ci aspettano alcune ore di marcia, ma per fortuna oggi il cielo è leggermente coperto e la temperatura non supera i 36 gradi.

   Lungo la strada incontriamo un personaggio originale. Se ne sta accoccolato tracciando linee sul terreno, allo scopo di disegnare una “scacchiera” per ogni famiglia dei villaggi circostanti.

   Più “scacchiere” formano un villaggio. Al loro interno sistema sassolini o pezzetti di legno per rappresentare i vari membri della famiglia, compresi gli animali. Verso sera lancia, sui villaggi così rappresentati, un pugno di granaglie.

Incontro con lo stregone
Incontro con lo stregone
   Quando il mattino successivo torna sul luogo, rileva le impronte lasciate dagli animali che, durante la notte, hanno mangiato i chicchi. Ne ricava informazioni relative alla prosperità ed alla salute dei paesani che, se vorranno conoscerle, dovranno versare un obolo variabile dall’importanza del responso.

   Vanna Marchi è passata di qua? Certamente lui prende la cosa con molto impegno.

   Incominciando a scendere verso il fondo della falesia, percepiamo il cambiamento dell’atmosfera che ci circonda.

   Rasentando la parete di roccia, per un certo tratto passiamo accanto a tombe ivi scavate. In un’occasione intravediamo anche qualche povero resto. Mi astengo da scattare fotografie, forse più da lontano darò meno nell’occhio.

   Ci rendiamo conto che qui il tempo si è fermato. Un sasso che rotola, un belato, un richiamo, sono i pochi suoni che percepiamo.

Accesso al sentiero di discesa La discesa Uno dei villaggi Dogon Uno dei villaggi Dogon
Accesso al sentiero di discesaLa discesaUno dei villaggi DogonUno dei villaggi Dogon

   Siamo a 2/3 del cammino, mi volto e rimango con il fiato sospeso nel vedere lo spettacolo del villaggio appena attraversato e della città dei morti sullo sfondo, a ridosso della parete rocciosa.

   Il villaggio è semplice, piccole capanne arroccate sulla parte più alta della valle, insieme ai granai, sono circondate da muri a secco.

Uno dei villaggi Dogon Villaggio Dogon e tombe a ridosso della falesia In fondo alla falesia Arrivo al villaggio che ci ospiterà
Uno dei villaggi DogonVillaggio Dogon e tombe a ridosso della falesiaIn fondo alla falesiaArrivo al villaggio che ci ospiterà

   Sul fondo valle le capanne sono meno numerose ma più grandi, è qui che ci ospitano.

   Non c’è moltissimo, ma quello che vediamo, insieme a quell’atmosfera antica, ci lascia inebriati.

   Ci colpisce la “casa di giustizia”, una piccola costruzione aperta sui quattro lati, decorata con molti simboli. L’accesso è consentito solo agli anziani che da qui decidono sulle controversie delle persone.

La capanna per gli ospiti Tombe sotto la falesia di Bandiagara La casa della giustizia La casa della giustizia
La capanna per gli ospitiTombe sotto la falesia di BandiagaraLa casa della giustiziaLa casa della giustizia

>>> Continua (3ª ed ultima parte del diario di viaggio)

Roberto Collina


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