Ci avviamo verso la medina sud alla quale accediamo attraverso la porta almohade Bab Oudaia.
Dai nostri simpatici compagni di viaggio sento diversi commenti relativi alla somiglianza con altri luoghi. Io non posso fare paragoni in questo senso, tuttavia ritengo che ogni luogo abbia il suo spirito e quello che percepisco qui è sicuramente unico e vigoroso. I colori bianco e azzurro delle stradine silenziose, trasmettono una benefica sensazione di fresco e di tranquillità.
Entriamo nella casbah dove sono poche le persone che incontriamo, sono tutte tranquille e si lasciano fotografare. Una sola volta, cercando di riprendere un vecchio a sedere sulla soglia di casa, lo vedo sollevare la mano destra per fermare la mia azione. Mi viene da ridere quando lo vedo sfregare l’indice ed il pollice in richiesta di danaro. Gli do una moneta di cui valuta il valore poi, soddisfatto, mormora «Behi» (va bene) raddrizza un po’ la vecchia schiena, impugna il suo bastone ed eccolo pronto ad essere immortalato. Forse si aspettava di più, perché dopo lo scatto mi segue con lo sguardo mentre mi allontano. Alzo una mano in segno di saluto al quale risponde, poi osserva nuovamente la moneta prima di riporla in una tasca.
Finalmente da una terrazza vediamo il mare.
«Questo non è proprio il mare, ma l’estuario dello wadi Bou Regreb. Anche se in effetti è come se fossimo al mare visto che è qui». Dice Fuhad indicando alla nostra sinistra.
 |
| Panorama di Rabat |
Io però intanto scatto una foto inquadrando, oltre i pochi bagnanti, le mura della medina nord, il minareto della Grande Moschea... e quella massa di oggetti non identificabili che sono ai piedi delle mura.
«No! Non è uno stabilimento balneare» mi dice la guida «E’ un cimitero!»
Rimango perplesso, non concepisco un cimitero praticamente in riva al mare. Però... in fondo perché no? Certo non farei il bagno nelle vicinanze.
Mentre usciamo dalla medina, Fuhad continua a raccontare delle successioni dei vari sovrani, delle caratteristiche particolari di ognuno, delle alleanze e delle lotte interne.
«Immagino che i dissenzienti avessero molti problemi, com’erano le galere a quell’epoca?» Domando. Fuhad ci pensa un po’, poi annuncia:
«Il programma non lo prevede ma qui vicino forse potremo vederne una, se un mio amico è di servizio». La fortuna (?) ci assiste, l’amico era di servizio.
Incominciamo a scendere delle scale i cui gradini consunti, devono aver visto un numero notevole di carcerati e carcerieri.
«Ho solo una torcia, non usate gli accendini per allontanatevi. Per piacere state uniti perché non ci vuole niente a perdersi. Staremo solo pochi minuti; questa visita non è molto gradita alle autorità».
Ci racconta di cose mirabolanti, forse al limite dell’attendibilità. Infatti non credo che fosse facile far uscire notizie da questo antro. Tuttavia i segni sulle pareti e le colonne parlano chiaramente di gente incatenata, torturata... chi sa quanti ne sono morti qui dentro.
All’uscita rimugino le parole di Fuhad “questa visita non è molto gradita alle autorità”.
In fondo si è trattato della visita ad un vecchio carcere... ha già ricevuto un rimbrotto per l’abito... non è che all’apparenza sia tutto lindo e lustro mentre sotto sotto c’è un regime... poco malleabile?
Azzardo la domanda cercando delle allocuzioni ed il risultato è una “mezza non risposta” molto significativa.
Proseguiamo per Fes con tappa a Volubilis e Meknes.
A Volubilis ritroviamo i segni che l’antica Roma ha lasciato in giro per il mondo conosciuto di allora.
Esse sono sempre uguali, fino alla noia, in qualsiasi posto tu sia.
E’ sorprendente però come quegli stupendi mosaici siano pressoché integri nonostante che siano esposti alle intemperie senza alcuna protezione.
Ed ecco Meknes.
Credo che la sosta sia stata fatta proprio per permetterci di fotografare la città, sfolgorante nel sole della tarda mattinata, in contrasto con il verde delle agave e degli olivi sullo sfondo delle alture.
Ci inoltriamo per la città in attesa che si faccia ora di pranzare. Mi accodo di malavoglia, preferirei avere una meta. Ho comunque occasione di scattare alcune foto prima di entrare in un ristorante.
Anche qui, con la scusa della cucina internazionale, ho mangiato abbastanza male. Eppure in passato ho gustato dei prelibati piatti magrebini.
Mi viene ancora l’acquolina in bocca ricordando, molti anni fa, un capretto allo spiedo ripieno di cuscus, pinoli ed uva passa...
Domando a Fuhad che mi da la risposta più logica: «Non a tutti piace la nostra cucina».
Beh! Uno scotto bisogna pure pagarlo! Comunque conto di rifarmi alla prima occasione.
 |
| Panorama di Fez |
Finalmente raggiungiamo Fez.
La città sarebbe ripetitiva, con i suoi palazzi ed arabeschi, se non ci fosse il suk. Quando ci infiliamo in quei vicoli brulicanti di artigiani e commercianti di merci di ogni tipo, mi immergo con piacere in quella atmosfera palpitante pronto a cogliere tutte le sfumature possibili.
Il carretto per la vendita di bibite gestito da un bambino, la vetrina pubblicitaria di un dentista, un vecchio che vende un dolce “millefoglie”, vendita di frutta secca, una vecchia incartapecorita che acquista il pane quotidiano...
Il sole, alto sull’orizzonte, non penetra negli stretti vicoli del suk. La, dove potrebbe entrare, sono state poste delle stuoie così, invece di trovare un’atmosfera soffocante, in quel luogo brulicante di vita si respira un’aria assolutamente gradevole. Evidentemente i vari accessi al suk sono stati studiati in modo da permettere il ricambio di aria ed il risultato è eccellente!
Il nostro gruppo continua la visita seguito da un ragazzo, che ci sta alle calcagna fin dall’inizio. Non si può certo dire che si mimetizzi facilmente, vista la sua bassa statura in rapporto all’età apparente ed alla discreta gibbosità che lo affligge. Un po’ preoccupato avviso la guida che si ferma e chiama il ragazzo...
 |
| Mansur |
«Vi presento Mansur. Lui è il nostro angelo custode, mi da una mano tutte le volte che porto dei turisti nel suk. Come in tutti i posti, anche qui ci sono delle persone... diciamo poco oneste». Noto che gli duole ammetterlo e che si trova un po’ in imbarazzo.
«Lui è nato qui e conosce tutti quei signori... Ci segue per evitare che questi, approfittino di una vostra distrazione... la sua presenza, direi che è indispensabile. Per questo servizio gli do qualche cosa in danaro che gli permette di tirare avanti visto che a causa della sua situazione fisica non trova lavoro».
Salutiamo il ragazzo e proseguiamo commentando favorevolmente l’organizzazione della nostra guida.
In un stradina più stretta delle altre Fuhad entra in una porticina e noi lo seguiamo.
Davanti ai nostri occhi si apre uno spettacolo che nessuno immaginava si potesse vedere in quelle viuzze. Entriamo nel giardino dell’abitazione di qualche antico notabile.
Oggi la struttura è diventata una specie di museo e ci permette di percepire come si poteva vivere in quel luogo. I rumori del suk si percepiscono appena e la temperatura rimane gradevole nonostante alcuni raggi del sole attraversino le fronde degli alberi.
 |
| Uscita dal giardino |
Una seconda uscita ci riporta in mezzo alla varia umanità, in un vicolo tanto stretto da dover passare in fila indiana.
Sconsiglio a chiunque di addentrarsi nel suk senza una guida. In verità non ho mai percepito un vero pericolo, però è certo che non è affatto difficile perdersi.
La nostra visita prosegue fino al quartiere dei conciatori. Mentre saliamo su una terrazza che ci concederà una magnifica vista di una parte di Fes, una bambina ci offre dei piccoli mazzetti di menta.
A tutto c’è un perché!
Appena usciti sulla terrazza, veniamo colpiti da un forte e sgradevole odore. In basso, sui tetti più vicini, ci sono molte pelli stese ad asciugare mentre, al livello del terreno, vediamo delle vecchie vasche in muratura, piene di colori e prodotti vari, adatti alla conciatura delle pelli.
Alcune persone sono immerse fino alle ginocchia nel liquido colorante mentre altre, sui bordi, sono chine sulle pelli che stanno manipolando.
Lungo le terrazze dei piani intermedi, prive di protezioni laterali, altre persone eseguono altre operazioni.
Pur essendo in una posizione dominante e ventilata, il caldo e il forte odore spingono alcuni componenti del gruppo a scendere dopo aver scattato velocemente alcune foto.
Le considerazioni che mi spingono a rimanere pochi minuti in più, sono di carattere umano. Osservo quelle persone e mi domando come possano resistere. Non sento ne voci ne richiami, salire da quel girone infernale. C’è proprio poco da dire!
Non mi dispiacerebbe scendere al livello del suolo e provare di persona un po’ di quelle sensazioni, ma so che non è possibile.
«Monsieur! Ils vous attendent!»... E’ la bambina della menta. Non è la prima volta che mi attardo e vengo richiamato!
Ed è proprio questo che non mi piace dei viaggi organizzati; non già il fatto di essere richiamato, ma il fatto di non poter assorbire completamente tutte le sensazioni che una certa situazione mi presenta. Nella moschea di Casablanca sarei rimasto ore ed ore; in questo posto sicuramente di meno, però... Si deve sempre correre!!
Mentre scendo, sento il Muezzin che chiama i fedeli alla preghiera. Sono circa le 12:30.
Nei vicoli alcuni lavoratori si stanno già lavando sia per pregare che per poter andare a pranzo.
Nei pressi di una fontana, un grosso recipiente contiene acqua di un colore fra l’azzurro e il blu manganese. Mi avvicino ed ottengo di poter fotografare le mani di un ragazzo. Chi sa se questi colori sono innocui.
Ci allontaniamo rasentando una fila di bidoni, su di un acciottolato disseminato da rivoli d’acqua azzurrognola.
Appena svoltato l’angolo, torniamo fra la folla; niente fa pensare all’attività che si svolge oltre quelle mura.
A parte il classico piccolo banco adibito a vendita di sigarette, caramelle e chicche varie, mi colpisce un microscopico banco che un paio di bambini “gestiscono”. Ci sono un paio di contenitori con cibi, in vendita, non meglio identificati. Beh! La volontà c’è...
Il laboratorio tessile che visitiamo, utilizza dei telai artigianali che, a giudicare da come sono consunti, devono aver funzionato per molte generazioni. L’ambiente di lavoro è polveroso e tutto intorno regna il massimo disordine. Il padrone cerca di convincerci ad acquistare delle stoffe, le osserviamo con interesse ma rifiutiamo. Certo sono tessute a mano, sulla qualità artigianale non possiamo obbiettare, ma il motivo a righe riportato sulla stoffa, ricorda i materassi di una volta ed il prezzo ci pare elevato.
 |
 |
 |
 |
| Banco gestito da alcuni bambini | Banco gestito da alcuni bambini | Laboratorio tessile | Laboratorio tessile |
Dopo avergli scattato una foto, un tessitore mi guarda con aria dura. Forse avrei dovuto chiedergli il permesso...? Mi avvicino mostrando interesse per il telaio ed i vari congegni in legno, assolutamente geniali per quanto primitivi.
Il suo sguardo si fa più cupo, il ritmo di lavoro rallenta.
Non voglio creare problemi di nessun genere per cui lo saluto con una gestualità comune nel mondo arabo. Non fa una piega; devo proprio essergli antipatico.
Ci avviamo all’uscita del suk, ma al di fuori di quella bolgia, non manco di riprendere alcune figure caratteristiche ed il mercato della lana.
>>> Continua (3ª ed ultima parte del diario di viaggio)
Roberto Collina