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Diario di viaggio in Marocco (di Roberto Collina)
Sulla via di Marrakech ci fermiamo per il pranzo. Il locale è piacevole, non mancano le caratteristiche note di colore, ma il pranzo ancora una volta mi delude. Questa volta niente cucina internazionale, ma il pepe ricopre la carne. Io non vado matto per la carne, tanto meno se il suo gusto è ucciso (con sospetto) dal pepe che odio cordialmente. Mi rimane la semola del cuscus condita con un po’ di salsa. Quando esco dal ristorante penso che forse potrò rifarmi alla “serata fantasia”, che si terrà domani sera sotto una tenda beduina.
Avvicinandoci a Marrakech l’aria si fa sempre più calda. Una volta arrivati in albergo, il termometro ci dice che fuori ci sono 45 gradi. Tuttavia nessuno ne fa un dramma anche perché l’umidità veramente bassa, ci fa percepire un caldo più sopportabile.
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| Cicogne a Marrakech | Non mi aspettavo di vedere le cicogne sulle mura di Marrakech, ed a quanto è sembrato dalle esclamazioni, tutti sono rimasti sorpresi.
La visita della città ci porta a vedere scuole coraniche, fontane e palazzi che ormai si assomigliano un po’ tutti (665-712). Forse il tour avrebbe dovuto aver inizio qui, perché dopo la stupefacente moschea di Casablanca, pochi siti possono risvegliare un particolare interesse, a livello architettonico.
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| Artigiano turistico | In un angolo vedo un giovane che manipola uno strano macchinario. Egli sta fabbricando dei manici per ferri da spiedini, utilizzando un arco per ruotare un pezzo di legno. Esso viene sagomato da un utensile manovrato con un piede ed una mano. Lo osservo con ammirata curiosità, sia per l’ingegno del mezzo, che per la perizia nel tornire quei pezzi che alla fine risultano praticamente uguali.
I giardini Majorelle sono interessanti più per i vari colori che per le piante; almeno per la mia opinione di profano, al quale, l’attrazione per una pianta grassa, è inversamente proporzionale alla lunghezza delle sue spine.
Quando il sole incomincia a scendere, la piazza Jamaa' el Fna si popola.
Le numerose bancarelle che vendono spremute di arance o pompelmo, aprono gli ombrelloni.
Al centro della piazza i tavoli vengono apparecchiati e dai diversi bracieri dove verrà arrostita la carne, incomincia a salire un filo di fumo.
Gli incantatori di serpenti aprono le ceste dalle quali escono alcuni cobra. Non c’è pericolo che si allontanino, oltre l’ombra procurata, l’asfalto è rovente.
Alcune persone si accucciano sotto un ombrello per parlare. Altri fanno cerchio intorno a dei saltimbanchi. Un santone pare che chiami la benedizione divina.
La piazza si riempie man mano che la temperatura scende ed il tramonto accende tutto di un colore rosso cupo.
Il minareto della moschea koutoubia si staglia contro il cielo fino a che l’oscurità viene interrotta da un faro che lo riporta in evidenza nella notte della piazza, animata da mille luci su altrettante attività...
Conto di ritornare domani per andare a riprendere, più da vicino, le cose che non ho potuto vedere o che ho ripreso solo dalla terrazza di un locale prospiciente la piazza...
Per il prosieguo della sera, la guida ci dice che verremo associati ad un altro gruppo per andare alla famosa “serata fantasia”.
Così provo anche l’ebbrezza del pullman insieme ad una cinquantina di turisti, mentre mi domando che razza di tenda beduina ci potrà ospitare.
Il tragitto è breve. Circa venti minuti dopo la partenza, l’autista lascia la strada principale e si addentra in un luogo che, dopo alcune perplessità, riconosco come un megaparcheggio dove sostano già una decina di pullman. «Alla faccia della tenda beduina!» Penso.
Con sgomento guardo Teresina che si stringe nelle spalle. Potremmo tornare indietro chiamando un taxi, ma lei mi esorta: «Dai! Non essere pessimista... pensa a Timbuktu; se non ci fossimo andati, non sapremmo che non ne valeva la pena. Cosa ne sai di cosa ci aspetta?»
Allargo le braccia verso la fila di pullman «Tu cosa pensi?» Rispondo.
Ma in fondo ha ragione lei.
Ci immettiamo nella fila che procede lentamente.
Sono proprio curioso di sapere cosa ci aspetta, la macchina fotografica è pronta a cogliere altre immagini, ma quando arriviamo all’ingresso...
«Oh no!» la gente viene fermata e fotografata, vicino a personaggi in costume, per poter poi vendere loro le foto. Squallido!!!
Quando tocca a noi, brandisco la macchina fotografica per riprendere la scena, ma vengo fermato. Che buffo! Non posso fotografare i fotografi.
«Bene signori, allora voi non potete fotografare me!»
Procediamo verso la famosa tenda beduina che si rivela essere l’unione di più tende da circo equestre. Sotto di essa, una distesa di tappeti lisi e puzzolenti posati sulla nuda terra, accoglie un numero imprecisato di tavoli apparecchiati.
Indago un po’ e scopro che la tenda beduina accoglie cinquemila coperti!
E dire che io pensavo ad un massimo di dieci persone, accovacciate su di un tappeto, a prelevare con le mani il cibo da una bacinella centrale.
Scuotendo la testa indignato, ripongo definitivamente la macchina fotografica.
Ci sediamo, con i componenti del gruppetto originario, allo stesso tavolo e ognuno dice la sua.
Tutti sono concordi nell’esprimere un parere negativo.
Saltimbanchi e pagliacci tentano di intrattenere i turisti con i loro lazzi e lacchezzi dal centro di un ampio spiazzo dove, poco dopo, si esibiscono dei cavalieri con dei numeri da poco più che circo equestre.
Finita la manifestazione alla quale non tutti applaudono, compaiono i camerieri per raccogliere le ordinazioni delle bevande.
La cena viene “servita” abbastanza in fretta.
Un grande vassoio si abbatte al centro del tavolo facendo sobbalzare tutto e tutti. A causa dell’urto, il grasso del quarto di pecora, che era trattenuto dalla pelle semibruciacchiata, scivola ai lati riducendo l’altezza della portata di almeno dieci centimetri.
...«Che modi!»...«Che schifo!»...
Il piatto era decisamente pesante e bollente, ecco quindi spiegato il lancio, penso tuttavia che si potesse agire differentemente.
L’odore caratteristico della pecora non mi ha mai entusiasmato, e tutto quel po’ po’ di grasso scivolato fuori non aiuta. L’appetito crescente dei giorni scorsi, diventato quasi fame, mi spinge a scansare la massa gelatinosa per trovare un po’ di polpa.
Mando giù sperando in qualche spezia, ma a parte l’immancabile cuscus il sapore è tutto il suo.
Le espressioni indagatrici dei nostri compagni sono chiare manifestazioni di un gradimento moderato.
Teresina mangia piano. «La pecora è pecora, ma questo sapore...»
Apprendo il metodo di cottura gironzolando fuori dal tendone, all’interno del quale troppa gente fuma sigari o sigarette. E’ quello classico dei beduini, ma mi ritornerà in mente il giorno successivo.
Per fortuna la serata finisce abbastanza presto. Ho ancora fame; non vedo l’ora di tornare in albergo per ordinarmi il solito sandwich serale.
Il mattino successivo, prima di uscire, mi accorgo di aver lasciato la custodia con il teleobbiettivo, nel pullman della sera precedente.
Rintraccio la rappresentante del tour operator, che sbuffa. Aggrotto le ciglia ma sorvolo.
«Il pullman è nel parcheggio dell’hotel accanto a questo. Trecento metri sulla destra, ma le suggerisco di lasciar perdere.»
«Sta scherzando?»
«Se ha voglia di finire arrosto! Fuori ci sono 48 gradi!»
«Beh! Io sono collaudato fino a 55... e comunque rivoglio il mio obbiettivo» Aspetto qualche istante e pare che lei mi abbia letto nel pensiero.
«Non posso accompagnarla con la macchina, e comunque non ci sarebbe l’aria condizionata...»
«Non si preoccupi, grazie dell’informazione.»
Quando esco dall’albergo, moderatamente climatizzato, percepisco un caldo che non provavo più da molto tempo. Il pensiero corre a più di trenta anni fa ed un brivido mi percorre la schiena.
Da provare! Un brivido di freddo con tanto di pelle d’oca, mentre cammino sotto il sole con l’aria a 48 gradi!
Brividi o no, quando arrivo all’albergo indicato, ho la camicia e i pantaloni inzuppati di sudore.
Il pullman è li, e l’autista, poco lontano che fuma una sigaretta all’ombra di un albero, mi viene incontro.
«...si, ieri sera ho trovato la tua borsa, eccola...»
«Temevo che a quest’ora foste già partiti!» dico allungando una mancia adeguata all’uomo.
«No, quasi tutti i componenti del gruppo stanno male.»
«Come mai?»
«Forse il caldo.»
Dubito che questa sia la ragione.
Mentre sto rientrando vengo colto da un altro brivido; questo non ha niente a che vedere con vecchie reminescenze, per cui allungo il passo.
Faccio in tempo a raggiungere la mia stanza che devo correre in bagno.
Un attacco di dissenteria non ci voleva proprio, e Teresina mi prende in giro. Due ore dopo scopro che tutti i compagni di viaggio hanno lo stesso problema, poi nel pomeriggio anche mia moglie è nelle stesse condizioni.
Cosa può aver provocato tutto ciò, se non la serata fantasia?
Alcuni stanno proprio male ed hanno la febbre alta, per cui viene chiamato il medico che minimizza.
Questa cosa ci costringe a rimanere praticamente chiusi in albergo per i successivi due giorni.
I medicinali che porto sempre per precauzione, questa volta servono, ma il loro effetto non è proprio risolutore. Chiedo alla cucina di prepararci solo riso bollito, mangiamo frutta con prevalenza di banane e spremute di pompelmo. Beviamo molta acqua e limone.
Quando il peggio pare passato, Teresina sta ancora male... lei è sempre in ritardo.
Quando descrivo grossolanamente ai nostri compagni il metodo di cottura della carne, adottato alla serata fantasia, le cose appaiono più chiare.
Scavata una buca in terra ci si cuoce dentro la carne coprendola di cenere e carboni ardenti.
Cosa succede se si replica l’operazione sempre nelle stesse buche, visto che la struttura predisposta per cinquemila persone non è mobile come una tenda beduina?
Inoltre non credo che abbiano un fornitore di carne macellata, perché in un recinto ho sentito belare. Ne deduco che anche la macellazione avviene sulla terra nuda.
Essendo il tutto, praticamente all’aperto, sono più che prevedibili incursioni di cani, topi, etc.
Nel deserto sarebbe diverso visto che è un luogo sterile, ma qui...
Fuhad non è d’accordo, nega con decisione e si rammarica dell’accaduto ma addebita la cosa alla stanchezza.
«...Quasi tutti alla fine del tour in Marocco si sentono male! Il caldo...»
«Quasi tutti, scommetto, finiscono con la serata fantasia.» Dico un po’ alterato. «Non mi dire che non ti è venuto nessun sospetto!... Si, certo, immagino che anche se fosse, non puoi metterti contro l’organizzazione della serata fantasia, né contro il tour operator, ma non puoi venirmi a raccontare cose, che chiunque con un po’ di sale in zucca capirebbe... anche se tardi purtroppo.»
Fuhad insiste nel minimizzare, tira fuori le abitudini alimentari, ma ormai è chiaro che non è credibile.
La mattina del rientro, non tutti hanno recuperato. Teresina è quella che sta peggio, fa fatica a stare in piedi.
«Lasciami qui!» Dice con un filo di voce.
La mia risata la indispettisce. «Rimani per coprirci le spalle?»
«Dai! Non essere pessimista... pensa a Timbuktu» rincalzo.
«Stronzo! Tu non sai come mi sento!»
Tiro fuori una compressa per la cui prescrizione il medico tituba sempre un po’... «Serve solo in casi di emergenza... l’ultima scatola che mi prescrisse l’ho gettata integra perché scaduta.»
Inghiottita con un bicchiere di succo di pompelmo ben zuccherato ed ecco che in capo a un quarto d’ora la mia metà è in piedi.
Barcolla meno di quanto temessi.
Il tragitto di ritorno in aereo è un susseguirsi di richiami fra i componenti del gruppo... «Sei vivo?»
«Non lo so!»
Teresina dorme profondamente. Si risveglia al nostro arrivo a Bologna; pare che stia meglio.
Una volta salutati gli amici, ci avviamo verso casa.
«Questa sera mi va di portarti a mangiare fuori... la pecora va bene?»
Gli insulti sono irripetibili.
Roberto Collina
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