|
L'ISOLA DELLA MARTINICA
Il vulcano La Pelée si trova nella parte settentrionale dell'isola della
Martinica e, alle sue pendici di sud ovest si
stendeva in riva al mare la vivace cittadina di Saint-Pierre. Aveva case
dalle mura molto spesse, da 60 a 90 cm., costruite così per proteggere
dalle temperature torride i suoi abitanti. Oltre la cattedrale, tra i grandi
edifici che si potevano osservare a Saint-Pierre c'era un teatro, dove
attori venuti dalla Francia recitavano, ogni anno, nel periodo invernale;
diverse industrie, fra cui quella per la produzione del rhum e quella della
canna da zucchero, un collegio, l'ospedale militare. Gli abitanti erano
in gran parte meticci, individui alti e dal portamento elegante.
Dominavano l'economia della città i creoli, che sono i bianchi nati in
America da genitori europei. La lingua usata era il francese.
La Pelée non aveva dato, fino ad allora, gravi preoccupazioni. Nel 1792 e
nel 1851 c'erano state delle forti emissioni di fumo e cenere, ma nessun
danno grave nè feriti. E comunque il tempo aveva, come sempre,
cancellato questi vaghi ricordi. Nulla poteva far pensare ai pierrotini che
un pericolo immane li minacciava tutti, e che sarebbe partito proprio da
quella montagna "pelata", apparentemente innocua, che si ergeva a sei
chilometri dall'abitato.
Il monte La Pelée, alto 1397 metri, aveva sulla sommità un laghetto
dalle chiare acque, il Lac des Palmistes, ovverossia il Lago delle
Palme. Un ex lago, l'Étang Sec (lo Stagno Secco) si trovava in un cratere
più piccolo e più in basso, che aveva una specie di fenditura fra le pareti
che lo circondavano. Questa fenditura, a forma di V, era diretta proprio a
sud ovest, verso la città.
Se si guarda una cartina della zona delle Piccole Antille, si puo'
facilmente notare che queste isole, non grandi, sono disposte a semicerchio,
e puntano verso le coste settentrionali dell'America del Sud.
Saint Kitts e Nevis, Montserrat, Barbuda, Antigua, Guadalupa, Dominica,
Martinica, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenada.
Tutte vulcaniche, ospitano ben dieci vulcani attivi: quattro di essi sono
entrati in eruzione nel secolo appena trascorso. Uno, il vulcano La
Soufrière nell'isola di Montserrat, ha dato spettacolo proprio recentemente,
negli anni che vanno dal 1995 al 2000, provocando gravi danni, l'esodo
di parte della popolazione e tante difficoltà di vario genere
(vedi articolo Isole Misteriose: Montserrat).
Un geologo statunitense che aveva visitato la zona dopo il cataclisma
dell'8 maggio 1902 così scrisse: "Lungo l'entrata dei Caraibi si estende
una catena di isole che sono delle vere e proprie fornaci a combustione
lenta, con il fuoco ben attizzato, sempre pronte ad esplodere nel momento
meno opportuno e previsto".
L'isola di Martinica è ampia circa 1100 chilometri quadrati (cinque
volte la superficie dell'isola d'Elba) e oggi è abitata da 414.000 persone.
E', dal primo gennaio 1947 (assieme all'isola della Guadalupa) un
Dipartimento d'Oltremare della Repubblica francese (una curiosità: anche
laggiù la moneta corrente è l'euro).
Per secoli era stata una colonia della Francia, ma già da un
centinaio di anni prima dell'elevazione a Dipartimento i cittadini erano
considerati cittadini francesi.
Il 13 giugno 2002 è caduto il 500° anniversario dell'arrivo di
Cristoforo Colombo sull'isola, che il navigatore genovese scoprì nel
1502 durante il suo quarto viaggio.
I SEGNI PREMONITORI
Già il 23 aprile si erano verificate delle scosse di terremoto: i piatti
caddero dalle mensole nelle case, mentre una coltre di cenere ricoprì
i tetti e le strade della cittadina. Il 25 e il 26 vi fu un'esplosione di
fumo e lapilli, che vennero scagliati molto in alto, mentre un'altra
imponente pioggia di cenere cadeva su Saint-Pierre. Dei coraggiosi
salirono fin presso la vetta, e notarono che lo Stagno Secco si era
adesso riempito di acqua calda che emetteva vapori e cupi brontolii
e gorgoglii.
Un forte odore di zolfo si diffuse fra le case, e molti camminavano per
strada tenendo fazzoletti bagnati davanti al naso.
Il quotidiano di Saint-Pierre, Les Colonies, su ordine del direttore, un
politico conservatore e poco lungimirante, diede scarsa rilevanza ai
fenomeni quotidiani che impensierivano la popolaziome: l'11 maggio
c'erano le elezioni amministrative, e non si voleva che, a causa del
panico, gli elettori lasciassero la città, togliendo voti a qualche partito.
Il 2 e il 3 maggio spaventevoli boati svuotarono le case: gli abitanti si
precipitarono a guardare verso la cima minacciosa, che eruttava un'enorme
nuvola scura, percorsa da saette. La coltre di cenere, che cadeva
continuamente, cominciò a far morire gli uccelli dei boschi. Il rumore
delle ruote delle carrozze che transitavano per le strade era quasi del
tutto smorzato dalla cenere. Forti piogge fecero calare dalle pendici
del vulcano torrenti di fango, che trascinavano alberi spezzati, carogne
di animali, massi ciclopici. Con il passare dei giorni Les Colonies,
divenendo meno reticente, cominciava a dire che la città era depressa
e i cittadini di Saint-Pierre erano molto agitati.
Circa duemila persone lasciarono la città, dirette al capoluogo
Fort-de-France, più a sud, in una zona al riparo da eventuali disastri.
Nella lettera di una donna della città, diretta a parenti francesi, e
datata 4 maggio, si puo' leggere: "Sto aspettando con calma l'evolversi
degli eventi. Siamo tutti calmi. Se è giunta la nostra ultima ora,
abbandoneremo questo mondo in numerosa compagnia...".
Una rassegnazione che sembra davvero incredibile!
INQUIETANTI INVASIONI
Mentre nelle campagne poste alle pendici della montagna gli animali si
agitavano grandemente, nella Usine Guérin, uno zuccherificio a nord di
Saint-Pierre, vi fu una spaventosa invasione di migliaia di formiche e
giganteschi chilopodi, le pericolose scolopendre.
Questi insetti velenosi, lunghi quasi trenta centimetri, assalirono i
cavalli, difesi con getti di acqua dagli operai della ditta. Nei capannoni,
una lotta senza quartiere si instaurò fra i centopiedi e gli uomini
dello zuccherificio. Essi cercavano di schiacciare le repellenti
scolopendre con sacchi pieni di merce, bastoni, attrezzi vari. Tutto era
imbrattato dal sangue di queste bestiacce, e anche le formiche,
giallastre e maculate, impegnarono con la loro invadenza gli
sfortunati operai.
Ma avvenne di peggio.
Un'invasione di serpenti, che erano stati messi anch'essi in fuga
dalle scosse e dalla cenere calda che martoriava le pendici del La Pelée,
si verificò in un quartiere della città. Si trovavano fra gli altri rettili
anche delle vipere, dal morso letale: queste attaccarono maiali, polli,
cani e cavalli, e provocarono un fuggi fuggi disperato degli abitanti.
Molti bambini vennero morsicati e uccisi dai serpenti, e il sindaco dovette
inviare i soldati per sterminare i pericolosi animali.
Tale era l'angoscia della popolazione, per tutti questi segni
premonitori, uno più sconvolgente dell'altro, quando arrivò la notizia che
un torrente di fango, precipitato dall'Etang Sec, aveva sepolto in pochi
minuti lo zuccherificio, già sede della lotta contro gli insetti invasori.
Morirono tutti gli operai che non erano ancora scappati, circa una
trentina. Ogni cosa venne sommersa dalla calda coltre di fango.
Era il 5 maggio. Il governatore Mouttet ricevette da un'apposita
commissione di scienziati un parere secondo il quale questi segni non
facevano temere un pericolo imminente per la città posta sotto
il vulcano. Anzi, Mouttet si preparò a trasferirsi con la sua famiglia
dal capoluogo, dove risiedeva abitualmente, a Saint-Pierre, per sottolineare
con questo gesto la sua convinzione che non esisteva un imminente
pericolo.
Forse, ma è una supposizione, si prevedeva come possibile solo
un'eruzione di lava. Il magma, essendo spesso piuttosto lento nello
scendere a valle (fra l'altro le pendici del monte non erano ripidissime)
avrebbe dato il tempo ai pierrotini di scappare verso sud. Nessuno
immaginava la velocissima e micidiale nube ardente, che poi in effetti
fu quella che distrusse la città.
Dopo aver consentito le prime fughe, le autorità arrivarono addirittura
a fermare e far rientrare in città alcuni cittadini che, impauriti, si
stavano allontanando dal luogo dell'eruzione.
SI AVVICINA IL MOMENTO DELLA TRAGEDIA
Il 6 maggio la coltre formata dalla cenere che "pioveva" lentamente ma
continuamente, aveva raggiunto uno spessore di venti-trenta centimetri. Le
piante secche ed avvizzite, da cui le foglie, divenute giallastre, erano
cadute da un pezzo, creavano uno spettacolo di desolazione e di
angoscia, nelle campagne attorno a Saint-Pierre. Erano solo un ricordo
le ricche piantagioni di canna da zucchero.
Il giorno 7 iniziò con un terribile boato, in piena notte. Gli abitanti,
ancora una volta riversatisi nelle strade in preda alla paura, videro sulla
cima del vicino vulcano bocche ardenti, fiammate e lampi, e nuvoloni
neri che si elevavano rapidamente verso l'alto, nascondendo il limpido
cielo stellato tropicale.
Alle prime luci dell'alba, il mare attorno alla cittadina apparve
tutto ricoperto da uno strato galleggiante di pomice, tronchi di alberi,
uccelli morti e relitti vari: l'acqua non era più visibile.
Nel pomeriggio si sparse la voce che il vulcano La Soufrière,
situato a centocinquanta chilometri a sud, nell'isola Saint Vincent,
(da non confondere con l'omonimo, situato su Montserrat) aveva avuto
una violenta eruzione. I morti erano già ben duemila ma i poveri isolani,
che vivevano l'ultima giornata della loro vita alle pendici del minaccioso
vulcano, questa notizia non la seppero mai.
A quel tempo i particolari delle notizie arrivavano con grande ritardo,
e unicamente con il telegrafo a fili. Ma la notizia dell'eruzione del vicino
vulcano risollevò un po' gli animi: molti sembravano considerare
quest'evento sotto un'altra luce: come una valvola di sfogo per le
immani forze che premevano nel sottosuolo.
Nella rada, soltanto la nave Orsolina si allontanò, dirigendosi al largo,
poichè il suo capitano intuì l'imminente tragedia; le altre diciotto navi
rimasero in quello scenario apocalittico, con il mare ricoperto da pezzi
di pomice e i tetti delle case di Saint-Pierre bianchi di cenere.
L'ostentata tranquillità del quotidiano dell'isola e delle autorità di
Port-de-France, che ancora non si decidevano a dare l'allarme, e ad
informare la popolazione del gravissimo stato di pericolo in cui si
trovava, indusse il console statunitense Prentiss, che abitava proprio a
Saint-Pierre, a scrivere un'urgente lettera niente di meno che al
Presidente americano Theodore Roosevelt. "Sembra di vivere in un incubo, in
cui nessuno pare capace o disposto a guardare in faccia la realtà".
Le elezioni erano imminenti, e tutto quel che poteva turbarle era messo
in secondo piano. Tanto puo' la cecità umana.
L'8 MAGGIO 1902
Si arriva così al mattino del giorno della catastrofe, un giovedì, in cui
cadeva la solenne festa dell'Ascensione.
Alle 7:52 vi fu una spaventosa e assordante esplosione, e una nube
nera e caldissima (1000 gradi) composta di vapori incandescenti, di
polveri e ceneri, rotolò rapidamente lungo le falde della montagna adirata:
la cosiddetta "nube piroclastica", più pesante dell'aria, e colpevole di
tante ecatombi istantanee accanto a numerosi vulcani nel mondo.
Su tutta la Martinica il cielo si oscurò, a causa di un'altra nube
scurissima lanciata verso l'alto dal vulcano, e divenne ovunque impossibile
guardare oltre uno o due metri di distanza. Nella cattedrale del capoluogo
Fort-de-France i fedeli si stavano apprestando ad assistere alla Messa
delle otto, quando l'oscurità piombò, improvvisa, sulla città. In un attimo
la chiesa si svuotò, e le persone, in preda al terrore, e chiedendosi cosa
mai stesse succedendo alla vicina Saint-Pierre, si inginocchiarono per la
strada, nelle tenebre, pregando e piangendo.
La grande fenditura a V che si trovava nei pressi dello Stagno Secco
puntava, sventuratamente, proprio in direzione della città.
In due minuti l'onda della morte, che rotolava a più di 150 chilometri
all'ora, raggiunse Saint-Pierre, dove tutti gli abitanti, terrorizzati,
erano intenti a scappare, ad allontanarsi quanto più possibile
dall'inferno appena scatenatosi sulla loro città.
Inutilmente. L'immensa forza con cui la nube piroclastica investì l'abitato
provocò in due o tre minuti il crollo di moltissime abitazioni, l'incendio
di tutto ciò che poteva bruciare (soprattutto le migliaia di barili di rhum
che si trovavano nei magazzini, sui moli e sulle navi ormeggiate)
frantumando e distruggendo tutto (Foto 1 -
Foto 2 - Foto 3).
Tutto, anche i corpi dei trentamila abitanti.
Il telegrafista del capoluogo, che stava scambiandosi messaggi con il
collega di Saint-Pierre, si accorse, alle 7:52, che la linea si era
improvvisamente interrotta.
Tutti gli esseri umani che abitavano questa città delle Antille morirono
in brevi istanti.
SOLO DUE SOPRAVVISSUTI
Quasi tutti.
La sorte è talvolta sorprendente. Solo due persone rimasero in vita. Uno
si chiamava Léon Compère-Léandre, faceva il calzolaio ed era giovane e
alquanto robusto di costituzione. La casa in cui abitava si trovava al
margine della cittadina. Seduto davanti alla sua casa fu investito, raccontò
poi, da un vento caldissimo ed estremamente violento, mentre un terremoto
squassava la terra e il cielo diventava di colpo buio.
Léon sentiva che la sua pelle bruciava, rientrò con estrema fatica
in casa e si buttò, stremato, su di un tavolo. Una ragazzina di dieci
anni che si trovava nella stanza morì in pochi minuti, mentre nella
camera vicina giaceva su di un letto il cadavere di suo padre,
con la pelle orribilmente bruciata.
Il giovane svenne e rimase disteso per un'ora, quando lo
risvegliò l'incendio del tetto. A questo punto, radunando tutte le sue
forze, ustionato e sanguinante, il giovane si precipitò fuori e raggiunse la
vicina località di Fonds-Saint-Denis. Questo miracolato visse poi per altri
trentaquattro anni, ignorato, però, dalla stampa.
La storia dell'unico altro sopravvissuto, che si chiamava Auguste
Ciparis, è invece molto più avventurosa. Auguste era un carcerato, e si
trovava nella prigione della città, in una cella isolata, dalle spessissime
pareti, e con la porticina, che era sormontata da una piccola finestra,
rivolta dalla parte opposta al vulcano.
Ciparis raccontò poi, e la sua testimonianza fece il giro
del mondo, che quella mattina, mentre aspettava che gli portassero la
colazione, la sua cella cadde improvvisamente nella completa oscurità.
Dalla finestrella posta sopra la porta arrivarono quasi subito ventate di
aria rovente, mista a cenere: il carcerato trattenne istintivamente il
fiato, e forse fu questo gesto a salvargli la vita. I suoi polmoni rimasero
quasi indenni. Sotto i vestiti, che non presero fuoco, la pelle era
gravemente ustionata. Bevve avidamente da una brocca dell'acqua
ancora quasi fresca (l'acqua ha un alto "calore specifico", si scalda
o si raffredda, com'è noto, con grande lentezza).
Così scottato, con le ferite provocate dalle ustioni che sanguinavano,
senza mangiare e paventando una fine terribile, Auguste Ciparis rimase
per ben quattro giorni sotto le macerie che coprivano la
robusta prigione, senza però rimanere ferito; alla fine i suoi lamenti
richiamarono l'attenzione di alcune delle persone che erano giunte,
a centinaia, presso le rovine della città, scoprendo che non potevano
portare alcun soccorso, perchè tutti erano morti.
Ciparis ottenne la grazia, venne liberato, e fu assunto dal
Circo Barnum, che lo portò in giro per il mondo come "sopravvissuto di
Saint-Pierre". Davanti agli spettatori sbigottiti, Ciparis raccontava ogni
volta le sue peripezie, e mostrava le cicatrici che deturpavano il suo
corpo. Morì di morte naturale nel 1929.
Strano destino, il suo, come anche quello di Léon: veramente
storie degne di un fantasioso romanzo.
Anche sulle navi che erano alla fonda in porto, e che non avevano
salpato le ancore come l'Orsolina, vi furono centinaia di vittime: ben
sedici navi su un totale di diciotto furono rovesciate e incendiate dalla
nube ardente. Solo la Roraima e la Roddam resistettero, con gli alberi,
il fumaiolo e le scialuppe asportate dalla furia della nube di fuoco.
Sulla nave passeggeri Roraima si salvarono avventurosamente solo
venti persone su sessantotto. Tutte le altre, compreso il capitano,
morirono per le gravissime ustioni, o affogate.
LA TESTIMONIANZA DI CLERC
Giova, a conclusione, citare una testimonianza di un certo Fernand Clerc,
un ricco piantatore della Martinica, che si accorse, un'ora prima della
tragedia, che il suo barometro sembrava impazzito: la lancetta continuava a
vibrare, ad oscillare vistosamente. Preso da un presentimento, organizzò in
pochi minuti le carrozze e con la sua famiglia si trasferì in una delle
loro case di campagna, sulle colline attorno alla città, a cinque chilometri
da Saint-Pierre. Il breve corteo passò anche davanti all'abitazione del
console americano Prentiss: con notevole incoscienza, lui e la moglie
erano affacciati al balcone, ignari del loro imminente tragico destino.
Clerc li invitò a scendere, e ad unirsi a loro nella fuga, ma gli americani
rifiutarono.
Il viaggio, in preda all'angoscia, durò una quarantina di minuti, e Clerc
e i suoi erano appena scesi dalle carrozze, quando il vulcano La Pelée
esplose. Impietriti dal terrore essi videro l'enorme nube nera che si
dirigeva a grande velocità verso la cittadina "come un grande torrente
di nebbia scura, accompagnata da un boato continuo di colpi, distinti
uno dall'altro..."
In dieci minuti la coltre di nubi oscure avvolse la casa, e tenebre
impenetrabili impedivano a ciascuno di poter vedere i suoi vicini, che
potevano essere individuati solo a tentoni.
La pioggia di cenere calda cadeva sulla tenuta, impedendo il respiro.
Passati una ventina di minuti, racconta sempre Clerc, un forte vento,
levatosi improvvisamente, spazzò via le ceneri e la soffocante nube.
Apparve, tremendo, lo spettacolo di Saint-Pierre che bruciava.
Clerc, con notevole coraggio, scese a piedi verso i primi sobborghi.
"Le parole o la penna non potranno mai descrivere lo spettacolo
che si aprì alla mia vista. Ovunque attorno a me c'erano parenti o amici
che bruciavano. Capii che non potevo essere di alcun aiuto: erano tutti
morti, nessuno era rimasto vivo. Mi affrettai a tornare alla fattoria in
campagna e alla prima occasione mandai la mia famiglia alla Guadalupa".
Certamente, altri si salvarono dall'ecatombe, perchè ebbero la prontezza
di scappare alquanto prima dell'esplosione. Ma di quelli che rimasero
nella "Silent City of Death", come la ribattezzarono i giornali americani,
si salvarono, su trentamila-quarantamila abitanti, solo Léon e Auguste.
LA "POMPEI D'AMERICA"
Il resto dell'isola rimase all'oscuro di quanto accaduto a Saint-Pierre
per numerose ore. Solo verso mezzogiorno, vista l'impossibilità di
raggiungere la città via terra, il governatore inviò una nave da guerra. Dal
ponte gli ufficiali scrutarono, da lontano, con cannocchiali: nessuna
persona si muoveva fra le rovine fumanti, nessun superstite implorava
aiuto. Si resero ben presto conto del fatto che non c'era più nessuno
da soccorrere.
Arrivarono da tutto il mondo, anche dal re d'Italia, Vittorio Emanuele
III, aiuti in denaro; Roosevelt inviò prontamente soldi e aiuti di ogni
genere, che servirono solo per i sopravvissuti nelle immediate vicinanze
della città distrutta. Grandi servizi giornalistici apparvero sui quotidiani
in Europa e in America, inviati speciali e celebri geologi e vulcanologi
si recarono in quella che fu subito battezzata "la Pompei d'America";
studiarono a lungo l'evento, anche per poter imparare a prevenire
ulteriori simili tragedie in futuro, in ogni parte del mondo.
I vulcanologi che studiarono l'accaduto, scoprirono che la terribile nube
piroclastica non era precipitata sulla città solo per gravità, come si era
pensato in un primo momento, ma anche spinta da violentissime pressioni
laterali, come da un enorme cannone; queste pressioni provenivano dal
cratere formatosi nello Stagno Secco, inclinato verso l'abitato.
Infatti colpirono la sventurata città di Saint-Pierre non solo gas
irrespirabili e cenere, ma anche massi grossi come case, enormi lapilli,
scagliati con forza contro gli edifici dalle possenti mura.
Altre esplosioni si verificarono sul vulcano maledetto in quell'anno
1902; soprattutto quella del 16 dicembre fu spettacolare, con la nube
ardente - che non poteva più uccidere nessuno - che rotolava dalle
pendici e poi si elevava, man mano, fino a 4000 metri.
In effetti il disastro del La Pelée ricorda da vicino la tragedia di
Pompei, soprattutto per le avvisaglie ignorate e poi per la subitaneità
dell' "onda della morte". Solo che Pompei ed Ercolano furono sepolte, e lo rimasero per secoli,
da un funereo manto di cenere.
Nel caso del Vesuvio gli strati di questo materiale, che in molti casi
superava i cinque metri di spessore ed era mescolato a pezzi di
roccia e di pomice, si compattarono e vennero come saldati dalle piogge
che caddero sulle pendici del vulcano.
Oggi, nella Saint-Pierre risorta dal disastro di un secolo fa, si puo'
visitare un museo che ospita fotografie e oggetti che testimoniano
quel lontano cataclisma. Ma accanto alla città nuova si possono visitare, con commozione,
le rovine del 1902.
Il Secolo Ventesimo, appena iniziato, si presentava con questa tragedia
della natura, che molto commosse e colpì gli uomini in tutto il mondo.
Di lì a sei anni un altro disastro, ben più tragico e sconvolgente,
distruggeva Messina e Reggio Calabria, causando la spaventosa cifra di
centoventimila vittime.
Vito La Colla
|