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   Martinica, Eruzione del vulcano La Pelée (8 Maggio 1902)

   SI AVVICINA IL MOMENTO DELLA TRAGEDIA

   Il 6 maggio la coltre formata dalla cenere che "pioveva" lentamente ma continuamente, aveva raggiunto uno spessore di venti-trenta centimetri. Le piante secche ed avvizzite, da cui le foglie, divenute giallastre, erano cadute da un pezzo, creavano uno spettacolo di desolazione e di angoscia, nelle campagne attorno a Saint-Pierre. Erano solo un ricordo le ricche piantagioni di canna da zucchero.

   Il giorno 7 iniziò con un terribile boato, in piena notte. Gli abitanti, ancora una volta riversatisi nelle strade in preda alla paura, videro sulla cima del vicino vulcano bocche ardenti, fiammate e lampi, e nuvoloni neri che si elevavano rapidamente verso l'alto, nascondendo il limpido cielo stellato tropicale.

   Alle prime luci dell'alba, il mare attorno alla cittadina apparve tutto ricoperto da uno strato galleggiante di pomice, tronchi di alberi, uccelli morti e relitti vari: l'acqua non era più visibile.

   Nel pomeriggio si sparse la voce che il vulcano La Soufrière, situato a centocinquanta chilometri a sud, nell'isola Saint Vincent, (da non confondere con l'omonimo, situato su Montserrat) aveva avuto una violenta eruzione. I morti erano già ben duemila ma i poveri isolani, che vivevano l'ultima giornata della loro vita alle pendici del minaccioso vulcano, questa notizia non la seppero mai.

   A quel tempo i particolari delle notizie arrivavano con grande ritardo, e unicamente con il telegrafo a fili. Ma la notizia dell'eruzione del vicino vulcano risollevò un po' gli animi: molti sembravano considerare quest'evento sotto un'altra luce: come una valvola di sfogo per le immani forze che premevano nel sottosuolo.

   Nella rada, soltanto la nave Orsolina si allontanò, dirigendosi al largo, poichè il suo capitano intuì l'imminente tragedia; le altre diciotto navi rimasero in quello scenario apocalittico, con il mare ricoperto da pezzi di pomice e i tetti delle case di Saint-Pierre bianchi di cenere.

   L'ostentata tranquillità del quotidiano dell'isola e delle autorità di Port-de-France, che ancora non si decidevano a dare l'allarme, e ad informare la popolazione del gravissimo stato di pericolo in cui si trovava, indusse il console statunitense Prentiss, che abitava proprio a Saint-Pierre, a scrivere un'urgente lettera niente di meno che al Presidente americano Theodore Roosevelt. "Sembra di vivere in un incubo, in cui nessuno pare capace o disposto a guardare in faccia la realtà".

   Le elezioni erano imminenti, e tutto quel che poteva turbarle era messo in secondo piano. Tanto puo' la cecità umana.


   L'8 MAGGIO 1902

Saint-Pierre   Si arriva così al mattino del giorno della catastrofe, un giovedì, in cui cadeva la solenne festa dell'Ascensione.

   Alle 7:52 vi fu una spaventosa e assordante esplosione, e una nube nera e caldissima (1000 gradi) composta di vapori incandescenti, di polveri e ceneri, rotolò rapidamente lungo le falde della montagna adirata: la cosiddetta "nube piroclastica", più pesante dell'aria, e colpevole di tante ecatombi istantanee accanto a numerosi vulcani nel mondo.

   Su tutta la Martinica il cielo si oscurò, a causa di un'altra nube scurissima lanciata verso l'alto dal vulcano, e divenne ovunque impossibile guardare oltre uno o due metri di distanza.

Saint-Pierre   Nella cattedrale del capoluogo Fort-de-France i fedeli si stavano apprestando ad assistere alla Messa delle otto, quando l'oscurità piombò, improvvisa, sulla città. In un attimo la chiesa si svuotò, e le persone, in preda al terrore, e chiedendosi cosa mai stesse succedendo alla vicina Saint-Pierre, si inginocchiarono per la strada, nelle tenebre, pregando e piangendo.

   La grande fenditura a V che si trovava nei pressi dello Stagno Secco puntava, sventuratamente, proprio in direzione della città.

   In due minuti l'onda della morte, che rotolava a più di 150 chilometri all'ora, raggiunse Saint-Pierre, dove tutti gli abitanti, terrorizzati, erano intenti a scappare, ad allontanarsi quanto più possibile dall'inferno appena scatenatosi sulla loro città.

Saint-Pierre   Inutilmente. L'immensa forza con cui la nube piroclastica investì l'abitato provocò in due o tre minuti il crollo di moltissime abitazioni, l'incendio di tutto ciò che poteva bruciare (soprattutto le migliaia di barili di rhum che si trovavano nei magazzini, sui moli e sulle navi ormeggiate) frantumando e distruggendo tutto.

   Tutto, anche i corpi dei trentamila abitanti. Il telegrafista del capoluogo, che stava scambiandosi messaggi con il collega di Saint-Pierre, si accorse, alle 7:52, che la linea si era improvvisamente interrotta.

   Tutti gli esseri umani che abitavano questa città delle Antille morirono in brevi istanti.


   SOLO DUE SOPRAVVISSUTI

   Quasi tutti.

   La sorte è talvolta sorprendente. Solo due persone rimasero in vita. Uno si chiamava Léon Compère-Léandre, faceva il calzolaio ed era giovane e alquanto robusto di costituzione. La casa in cui abitava si trovava al margine della cittadina. Seduto davanti alla sua casa fu investito, raccontò poi, da un vento caldissimo ed estremamente violento, mentre un terremoto squassava la terra e il cielo diventava di colpo buio.

   Léon sentiva che la sua pelle bruciava, rientrò con estrema fatica in casa e si buttò, stremato, su di un tavolo. Una ragazzina di dieci anni che si trovava nella stanza morì in pochi minuti, mentre nella camera vicina giaceva su di un letto il cadavere di suo padre, con la pelle orribilmente bruciata.

   Il giovane svenne e rimase disteso per un'ora, quando lo risvegliò l'incendio del tetto. A questo punto, radunando tutte le sue forze, ustionato e sanguinante, il giovane si precipitò fuori e raggiunse la vicina località di Fonds-Saint-Denis. Questo miracolato visse poi per altri trentaquattro anni, ignorato, però, dalla stampa.

La cella della prigione   La storia dell'unico altro sopravvissuto, che si chiamava Auguste Ciparis, è invece molto più avventurosa. Auguste era un carcerato, e si trovava nella prigione della città, in una cella isolata, dalle spessissime pareti, e con la porticina, che era sormontata da una piccola finestra, rivolta dalla parte opposta al vulcano.

   Ciparis raccontò poi, e la sua testimonianza fece il giro del mondo, che quella mattina, mentre aspettava che gli portassero la colazione, la sua cella cadde improvvisamente nella completa oscurità. Dalla finestrella posta sopra la porta arrivarono quasi subito ventate di aria rovente, mista a cenere: il carcerato trattenne istintivamente il fiato, e forse fu questo gesto a salvargli la vita. I suoi polmoni rimasero quasi indenni. Sotto i vestiti, che non presero fuoco, la pelle era gravemente ustionata. Bevve avidamente da una brocca dell'acqua ancora quasi fresca (l'acqua ha un alto "calore specifico", si scalda o si raffredda, com'è noto, con grande lentezza).

Ciparis dopo l'eruzione   Così scottato, con le ferite provocate dalle ustioni che sanguinavano, senza mangiare e paventando una fine terribile, Auguste Ciparis rimase per ben quattro giorni sotto le macerie che coprivano la robusta prigione, senza però rimanere ferito; alla fine i suoi lamenti richiamarono l'attenzione di alcune delle persone che erano giunte, a centinaia, presso le rovine della città, scoprendo che non potevano portare alcun soccorso, perchè tutti erano morti.

   Ciparis ottenne la grazia, venne liberato, e fu assunto dal Circo Barnum, che lo portò in giro per il mondo come "sopravvissuto di Saint-Pierre". Davanti agli spettatori sbigottiti, Ciparis raccontava ogni volta le sue peripezie, e mostrava le cicatrici che deturpavano il suo corpo. Morì di morte naturale nel 1929.

   Strano destino, il suo, come anche quello di Léon: veramente storie degne di un fantasioso romanzo.

   Anche sulle navi che erano alla fonda in porto, e che non avevano salpato le ancore come l'Orsolina, vi furono centinaia di vittime: ben sedici navi su un totale di diciotto furono rovesciate e incendiate dalla nube ardente. Solo la Roraima e la Roddam resistettero, con gli alberi, il fumaiolo e le scialuppe asportate dalla furia della nube di fuoco.

   Sulla nave passeggeri Roraima si salvarono avventurosamente solo venti persone su sessantotto. Tutte le altre, compreso il capitano, morirono per le gravissime ustioni, o affogate.

>>> Continua (3ª ed ultima parte dell'articolo)

Vito La Colla




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