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1.1 Dall’epoca meccanica all’epoca digitale

Lo sviluppo tecnologico apre e condiziona nuove possibilità di sfruttamento, di organizzazione e di percezione dello spazio.

Solo indagando il ruolo della tecnologia possiamo evidenziare le interazioni fra uomo, ambiente e società che sono alla base della "produzione di spazio" e dunque del "sapere geografico". A livello concettuale, possiamo operare un’ulteriore distinzione fra cultura (rappresentazioni) e società (le persone, i loro legami e i loro rapporti). Questa distinzione risponde a esigenze puramente intellettuali ed è usata con frequenza sia nel mondo scientifico sia in quello istituzionale. La riprendiamo sottolineando che è nostro interesse ricercare i rapporti e non le suddivisioni, soprattutto in un momento in cui proprio gli schemi sui quali si è costruita per decenni l’interpretazione del mondo si modificano di fronte ai nuovi mutamenti.

Ogni progresso tecnico apre nuove possibilità di sfruttamento, di organizzazione e di percezione dello spazio, legate a un numero di variabili che portano alle differenti applicazioni che osserviamo nelle diverse culture e nelle diverse società. La geografia ha studiato come in passato società diverse abbiano adattato progressi tecnologici simili a diverse organizzazioni dello spazio e una buona parte del dibattito geografico degli ultimi centocinquant’anni ha tentato di trovare una risposta alla domanda: quali sono le cause e i processi che producono l’organizzazione spaziale di una società ?

Oggi ci troviamo di fronte ai mutamenti causati da un nuovo potentissimo progresso legato all’evoluzione e alla diffusione delle applicazioni delle tecnologie informatiche. L’accelerazione del mutamento sta rapidamente sgretolando l’organizzazione del mondo così come l’industrializzazione l’aveva imposta soprattutto tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio degli anni ’80. L’industrializzazione aveva rotto, nell’arco di pochi anni (in Italia fra la metà degli anni ’50 e i primi anni del decennio successivo), strutture spaziali cristallizzatesi con pochissime variazioni da centinaia di anni. Lo stesso mondo agricolo, basato su tecniche e rituali perpetuati di generazione in generazione, è stato stravolto dall'introduzione della meccanizzazione, dei fertilizzanti e dei pesticidi industriali.

Sugli scenari dell’epoca meccanica la geografia ha sviluppato molti studi, producendo analisi dettagliate di quello che è stato un nuovo modo di pensare, sfruttare e organizzare gli spazi legato allo sviluppo delle tecniche industriali e alla loro diffusione praticamente in tutte le società del globo. Da qualche anno, però, la crescita del settore secondario è terminata, producendo una serie di crisi che in qualche modo possiamo ricollegare anche al dibattito sulla crisi della geografia. Tra i nuovi casi di studio, molti ricercatori hanno indagato quella che potremmo chiamare "crisi dello spazio industriale", sulla quale sono disponibili ad esempio le pubblicazioni degli studi sulle aree industriali abbandonate all’interno degli spazi urbani. La fine dell’espansione del modo di produzione industriale, che genericamente riconduciamo al modello fordista e agli assunti del funzionalismo, si è verificata quando ormai tutte le strutture del territorio, e quelle urbane in particolare, erano state ricostruite e pensate nella sua ottica. L’interno delle città si è trovato disseminato di opifici abbandonati, mentre gli spazi abitativi si rivelavano inadatti a soddisfare le esigenze di rinnovate richieste di benessere, qualità della vita e sicurezza sociale. Gli elevati tassi di inquinamento conseguenti alla presenza di produzioni industriali hanno assunto un nuovo rilievo negativo legato sia alla diffusione della ricerca e dell’informazione sulla loro nocività, sia all’imporsi di nuovi modelli di vita e di consumo, collegati allo sviluppo di una nuova sensibilità ecologica e alla presa di coscienza dell’importanza dell’ambiente nella difesa della salute e nella promozione della vivibilità sociale. La crisi dell’epoca meccanica coincide dunque con il declino di un modo di appropriazione e riorganizzazione dello spazio legato ai progressi tecnologici in campo industriale, un modello che aveva caratterizzato in modo vincente anche l’economia, la società, la cultura. Crisi dunque di un modo di pensare e strutturare il territorio, crisi di un modello diventato egemone e intrinsecamente legato alla società e all’economia.

Cosa ha messo in crisi, così rapidamente, l’epoca della meccanica ? È stato un nuovo progresso tecnologico, che ha portato a dominare anche in campo economico lo spazio del sapere, dell’informazione, della comunicazione.

Lo scenario solido rappresentato dall’acciaio e dal cemento armato, dalle fonderie e dalle fabbriche gigantesche come il Lingotto, dal sistema di produzione fordista e dal funzionalismo, è stato via via invaso e conquistato da uno scenario spesso immateriale costruito con silicio ed elettricità, che sposta i suoi manufatti attraverso l’etere o sottili cavi telefonici, che sta progressivamente smaterializzando gli oggetti del mondo per renderli virtuali. Il prodotto più richiesto è oggi l’informazione, sempre più prodotta su un supporto immateriale (il codice binario che sta alla base della digitalizzazione), deterritorializzato (il file virtuale disponibile su Internet non "è" in un luogo preciso ma può "essere" contemporaneamente in più luoghi e ovunque vi sia un collegamento con la rete), eppure reale e concreto, tanto da poter essere acquistato e pagato (anche qui senza più metalli preziosi o cartamoneta: il denaro è stato tra primi oggetti catturati dal sistema della digitalizzazione attraverso bancomat e carte di credito). Il declino dell’epoca meccanica è accompagnato dalla vorticosa crescita dell’epoca che ha come proprio prodotto specifico la digitalità e la base della propria cultura nella virtualità.

(Da: Cristiano Giorda, CYBERGEOGRAFIA, Torino, Tirrenia Stampatori, 2000, pag. 17-18)


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