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1.4 La virtualizzazione dei
luoghi: spazio materiale e spazio virtuale.
Anche nella geografia il virtuale era
già presente: nelle carte geografiche e nei GIS ma anche nelle
mappe mentali, nei modelli matematici ma anche nei legami
affettivi che formano il senso dei luoghi. Come ogni
rappresentazione geografica, scrive Lévy, "il virtuale
scava pozzi di senso al di sotto della piattezza fisica
immediata" (Lévy, 1997,p.2). Tutta la geografia,
effettivamente, non è altro che la virtualizzazione dello
spazio: lo spostamento nel campo del linguaggio della relazione
fra luomo e la Terra. Ludwig Wittgenstein racchiuse tutto
questo concetto in una formula notissima: "I limiti del mio
mondo sono i limiti del mio linguaggio".
Per questo la distinzione fra spazio
reale e spazio virtuale, oggi adottata in alcuni studi, è in una
certa misura equivoca. Cosè questo spazio reale
contrapposto allo spazio virtuale ? Si tratta forse di tutto ciò
che non è parte del cyberspazio ? Oppure, in senso più ampio,
di tutto ciò che non è parte delle nuove tecnologie della
comunicazione digitale (quindi anche ipertesti, software come
dizionari ed enciclopedie multimediali e tutto ciò che è
digitale anche se non è direttamente in rete) ? Evidentemente,
si tratta di uno schema nato nel tentativo di contrapporre tutto
quello che era prima considerato come spazio geografico a tutto
ciò che è arrivato con le nuove tecnologie, senza verificare
come lazione delle seconde abbia cambiato e stia cambiando
il senso e il significato dei concetti cristallizzati
precedentemente. La prospettiva adottata in questo studio, che
tenta invece una prima problematizzazione anche dei tradizionali
concetti della disciplina, è invece aperta a un modello diverso,
che include lo spazio virtuale fra le entità del reale e
ricolloca la digitalizzazione nel contesto della cultura umana
senza confinarla in un "a parte" non definito.
Pertanto, la nostra riflessione non adotta la distinzione fra
spazio reale e spazio virtuale, ma quella fra spazio materiale e
spazio virtuale (nella quale anche spazio virtuale assume un
significato diverso).
Collocando la digitalizzazione nel
campo del virtuale, abbiamo infatti evidenziato come il virtuale
sia da sempre parte della cultura umana, e dunque come questo
nuovo progresso tecnico non faccia altro che potenziare lo
sviluppo di una fra le tante possibili linee evolutive della
storia dellumanità.
Nel nostro modello di riferimento la
produzione del reale è legata alla continua dialettica fra
attuale e virtuale. In senso geografico consideriamo attuale lo
spazio materiale, linsieme di spazio fisico e manufatti
umani, di realtà atomica ed energetica che costituiscono la
presenza concreta della Terra.
Ma questo attuale non avrebbe senso
se non avesse dei nomi, un linguaggio e degli esseri che hanno
pensato e condiviso quei nomi. Il nome è probabilmente la prima
delle virtualizzazioni, la prima decontestualizzazione
dellattuale in una virtualità. È questo processo a
rendere possibile la memoria (la nascita del tempo: passato e
futuro sono virtualità) e la crescita di tutte le altre
virtualizzazioni che sono proprie della cultura umana.
Lo spazio virtuale è quello
dellessere in potenza, di ciò che continuamente ci rimanda
allattuale creandolo e ricreandolo attraverso
lattribuzione di nomi, valori, identità: uno spazio di
significato. Le metafore, i simboli, le rappresentazioni, le
mappe sono tutte realtà virtuali.
SPAZIO
REALE
=
Spazio
materiale (spazio fisico, manufatti, attuale)
+
Spazio
virtuale (metafore, rappresentazioni, in potenza)
Luomo abita da sempre spazi
materiali e spazi virtuali. Laborigeno australiano, col
canto, rende attuale lo spazio virtuale delle Vie dei Canti e
perpetua la virtualità spaziale sognata dagli antenati. È lo
spazio virtuale che dà significato, ordine, gerarchia allo
spazio materiale. Il premio Nobel Rigoberta Menchu racconta che
le donne indigene del Guatemala parlano ai figli durante la
gravidanza dicendo loro i nomi dei luoghi affinché essi
riconoscano il mondo al momento della nascita. Sono i nomi, le
virtualizzazioni, a rendere distinguibile lo spazio materiale,
perpetuando la cultura che li ha condivisi.
Attraverso luso della Tabula
Peutingeriana i romani virtualizzarono in una rappresentazione
cartografica la rete stradale che permetteva loro di spostarsi (e
riconoscere lo spazio materiale: monti, fiumi, località)
allinterno dellImpero. I mappamondi medioevali, ancor
oggi bollati come "rozzi" e come segno di
"regresso delle scienze" (Mori, 1986, p.11), rispondono
invece a unesigenza epocale ben precisa: la
rappresentazione dello spazio simbolico cristiano, lo spazio del
sacro che domina lepoca medioevale in Occidente. Lo spazio
del sacro è lo spazio virtuale delluomo medioevale, la
virtualità che produce il senso dello spazio materiale, delle
azioni e della presenza degli uomini nel mondo.
Solo a partire dal settecento la
logica cartografica riconosce il criterio geometrico come
centrale ed esclusivo (nel senso che esclude tutti gli altri): è
il trionfo di quello che Lévy chiama "spazio del
Territorio", e che Farinelli definisce "riduzione dei
luoghi in un unico spazio" (Farinelli, 1992, p.43). La carta
"scientifica" virtualizza lo spazio materiale
attraverso il segno geometrico, il punto di vista verticale sulle
presenze visibili della superficie terrestre.
Il cyberspazio segna oggi un ritorno
alla pienezza della metafora geografica: esso è più vicino allo
spazio del sogno degli aborigeni e allo spazio simbolico degli
uomini medioevali che allo spazio geometrico della cartografia
attuale. La cartografia del cyberspazio non è basata e non può
basarsi sulla distanza geometrica. I suoi abitanti sanno di
vivere in un luogo (place) nel senso recuperato dalla geografia
umanista americana, un "virtual place" in grado di dare
senso e mutamento concreto allo spazio materiale dove si dispiega
la presenza umana sul pianeta.
(Da: Cristiano Giorda,
CYBERGEOGRAFIA, Torino, Tirrenia Stampatori, 2000, pag. 21-23)
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