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   L'isola Comacina, dove il tempo si é fermato

   Dal nostro inviato, “Lariosauro”

Lago di Como e Bellagio
Lago di Como, con vista su Bellagio da Fiumelatte
   Per chi come me vive nelle profondità di un lago, il tempo non è scandito dall’alternarsi del giorno e della notte, ma ha una durata molto più lunga rispetto a quella di voi umani.

   Qui tutti mi conoscono come “Lariosauro”, ma se preferite potete chiamarmi più semplicemente Larrie o “mostro del Lario”, per via dell’omonimo lago lombardo che mi ospita, profondo oltre 400 metri, ben più di 200 sotto il livello del mare, dove è facile trovare rifugio anche per un rettile acquatico preistorico come me, lungo quasi due metri.

   Sono il mostro del Lago di Como e da queste parti, periodicamente si parla di qualche mio avvistamento in varie località: qualcuno ha provato a spararmi, altri ad arpionarmi, alcuni sono riusciti anche ad avvicinarmi, ma mai nessuno a catturarmi.

   Sono secoli che vivo qui, ma non è di me che voglio parlare, almeno non ora: la storia che voglio raccontarvi è quella dell’Isola Comacina, bella e maledetta, dove il tempo si è fermato nel 1169 D.C.: io sono l’ultimo testimone oculare della sua tragica distruzione, che ha sancito la fine di una piccola ma importante civiltà fiorita su quella che è l’unica isola del Lario, lunga poco più di mezzo chilometro e larga circa 200 metri.

L'isola Comacina
L'isola Comacina
   Dopo che il ghiacciaio che aveva scavato il letto del Lago si ritirò, fra i fiumi e le paludi sarebbero sorte, nel fango e sui pendii, gruppi di palafitte, come testimoniato da alcune necropoli del X e XI Sec. A.C. scoperte a sud di Como.

   Ma non mancano leggende mitologiche, secondo le quali Como, dopo la distruzione di Troia, sarebbe stata fondata dal troiano Antenore, o addirittura un secolo dopo il diluvio universale da un fantomatico discendente di Noè, Cocomero Gallio.

   Io propendo per la tesi meno fantasiosa di alcuni storici che sostengono che il Lario anticamente fosse soltanto un braccio dell’Adriatico e che su uno di questi strani fiordi fosse nato un abitato, sopra una piccola isola conosciuta come “Comacchia”. Solo dopo la sua distruzione, i suoi abitanti, emigrati più a sud, avrebbero costruito due villaggi, Como e Vico, che si unirono più tardi per fondare la città di Como.

   Vera o no la leggenda, rimane il fatto che da alcuni scavi dei primi del 1900 sono stati rinvenuti alcuni resti archeologici che testimonierebbero l’importanza dell’Isola Comacina nell’antichità: fra questi, una costruzione non meglio identificata, presumibilmente un tempio o una villa romana, sui cui resti è sorta molti secoli più tardi la Chiesa barocca di San Giovanni.

L'isola Comacina
Altro panorama dell'isola Comacina
   Fu poi il Vescovo di Como, Sant’Abbondio, di ritorno da Costantinopoli, a fondare nel V secolo l’Oratorio di Sant’Eufemia, probabile Basilica Paleocristiana, organizzata in tre navate culminanti in tre absidi, di cui rimane ben poco, insieme ai resti della torre campanaria.

   Durante la calata dei barbari, i comaschi più abbienti e timorosi si rifugiarono sull’isola, che divenne una sorta di baluardo della cristianità, tanto da contare ben cinque Chiese nella sua modesta superficie: è in questo periodo che l’isola viene chiamata “Cristopolis”, Città di Cristo o per altri storici “Crisopoli”, città d’oro.

   L’abitato fortificato resistette a diversi assalti e fu occupato dai Longobardi nel 588, dopo anni di resistenza da parte degli abitanti, fedeli a Bisanzio, che vennero comunque rispettati dai nuovi invasori, così come dai Franchi di Carlo Magno, che subentrarono successivamente.

   Nel VII Sec. il Vescovo di Como Agrippino la trasformò in sede episcopale, contribuendo a farne crescere la potenza e l’importanza economica, favorita anche dalla vicinanza geografica con la Via Regina (dal nome dalla Regina Teodolinda), che dalla Pianura Padana passando per Como, costeggiando la riva occidentale del Lario, permetteva il transito verso il Nord delle Alpi.

Sala Comacina
Sala Comacina, di fronte all'isola
   Durante la Guerra dei Dieci Anni fra Milano e Como (1118 – 1127), l’Isola Comacina, ansiosa di assumere il predominio sul Lario, si allea con Milano e partecipa al Sacco di Como, contestuale alla sua capitolazione, nel 1127.

   E’ in quell’anno che il poeta Anonimo Cumano scrive la maledizione dell’Isola Comacina, fra le righe del suo Poema, che recita: “…isola, tu sarai dannata nei secoli”.

   La maledizione si avvera in meno di mezzo secolo, dopo che la risorta Como non esita ad allearsi col Barbarossa, nemico della Lega Lombarda e sconfigge Milano nel 1162.

   Sette anni dopo, i comaschi riuscirono ad avere la meglio anche sull’isola, che venne rasa al suolo, incendiata e distrutta: l’anno 1169 segna la fine della storia dell’Isola Comacina e della sua autonoma Pieve.

   I superstiti del massacro si rifugiarono sulla sponda lecchese del Lario, nell’abitato di Varenna, che ribattezzarono “Insula Nova”, a imperituro ricordo della perduta Patria: qui i comacini vennero accolti amichevolmente (Varenna, anch’essa alleata di Milano, era stata distrutta a sua volta dai comaschi nel 1126), contribuendo ad incrementare la popolazione del borgo, che in pochi anni divenne il paese più ricco del Lario.

Tramonto sul lago di Como, da Varenna
Tramonto sul lago da Varenna
   I fatti del 1169 vengono rievocati ancora oggi ogni anno, il sabato e la domenica della settimana in cui cade il 24 giugno, festa di San Giovanni. Il sabato sera ad Ossuccio, di fronte all’isola, 1.200 postazioni di sparo lanciano oltre dieci quintali di fuochi d’artificio ed il lago viene illuminato a giorno grazie anche a migliaia di “lumaghitt”, lumini galleggianti abbandonati sulle acque del Lario per far rivivere il dramma della fine della piccola comunità lariana.

   Devo dire che per me, mostro millenario presente all’evento originale, si tratta di una ricostruzione molto realistica e suggestiva, che vale la pena di ammirare.

   Ma la Sagra di inizio estate rievoca anche una leggenda di quattro secoli più tardi, che narra dell’incontro di un contadino di Campo, di fronte all’isola, con un misterioso pellegrino affamato: il contadino non rifiutò di dividere col viandante il suo frugale pasto e lo straniero per sdebitarsi gli disse di recarsi sull’Isola Comacina e di scavare in un punto preciso.

   Il contadino seguì il consiglio e trovò un meraviglioso paliotto marmoreo, con le sembianze del viandante, San Giovanni Battista.

Varenna dal lago
Varenna dal lago
   L’Oratorio barocco, che ancora oggi fa bella mostra di sé nel punto più alto dell’Isola, fu edificato proprio in seguito a tale miracolo, come Tempio dedicato al Battista.

   Come dite? Vi è piaciuta la storia dell’Isola Comacina, ma siete curiosi di sapere qualcosa in più su di me?

   Bah, non sono abituato alla notorietà e se mi permettete un giro di parole, sebbene sia un mostro, non amo mettermi in mostra, come il mio omologo scozzese, ma vedrò di accontentarvi.

   Il mio nome scientifico è “Lariosaurus Balsami” (dal nome del mio scopritore), sono un rettile più antico dei dinosauri e recentemente, nelle cave di marmo di Perledo-Varenna sono stati trovati i resti di alcuni miei antenati, ora ospitati nei musei di Lecco, Milano, Roma e Monaco di Baviera.

   Nel 2001 mi è stata dedicata addirittura una mostra (che non c’entra niente con mia moglie) nel museo di Merate, in Provincia di Lecco.

Varenna
Altra visuale di Varenna
   Ma veniamo ai giorni nostri. I miei avvistamenti più recenti partono dal 18 novembre 1946, quando il settimanale “Il Corriere Comasco” titola a cinque colonne: “AL PIAN DI SPAGNA (presso Colico – n.d.r.) LA PAUROSA AVVENTURA DI DUE CACCIATORI BRIANZOLI: LA LOTTA MORTALE A COLPI DI FUCILE CONTRO IL MOSTRO CRESTATO INABISSATOSI NELLE ACQUE DEL LAGO…”

   Si trattava di tale Carlo Bonfanti (32 anni) e Amilcare Dolcioni (37 anni), che riuscii a spaventare a morte, poveretti, roteando gli occhi, annusando l’aria, percuotendo l’acqua con la mia coda irta di squame color rosso bruciato, spalancando la bocca per mostrare i miei denti aguzzi ed emettendo un sibilo acutissimo.

   La notizia venne riportata con grande enfasi sui quotidiani locali “La Provincia di Como”, “L’Ordine” di Como, ma anche sul “Corriere della Sera”, “Il Pomeriggio” di Firenze, sul “Giornale dell’Emilia”, sul “Corriere d’Informazione” ed altre testate: i due cacciatori mi descrissero come un mostro della lunghezza di due o tre metri.

Tramonto sul lago di Como, da Varenna
Tramonto sul lago da Varenna
   Ma già sei anni prima, come ricordò il 20 novembre 1946 il corrispondente di Lecco de “La Provincia di Como” Enrico Remondina, nei pressi di Varenna durante un temporale avevo fatto paura a cinque persone uscite in barca, le quali avevano raccontato di un mostro dall’aspetto di un serpente con la pelle verde striata di nero.

   Va detto che già nel XVI secolo l’illustre studioso comasco Paolo Giovio nella sua “Descriptio Larii Lacus”, cita gli enormi carpioni del Lago di Como, da lui chiamati “Burberi dei Grosigalli”, grandi come un uomo, ma anche se alcuni giornali dell’epoca cercarono di minimizzare l’episodio, facendomi passare per un grosso pesce e nulla più, non fu così facile liberarsi di me.

   Sul numero del 21 novembre 1946, infatti, “La Provincia” riportò che proprio a Varenna mi videro nuovamente, questa volta due pescatori di Alessandria, Felice Gatti e Dino Roncoroni, accompagnati dal Rag. Luigi Denti: i tre testimoni confermarono con piccole variazioni la descrizione di Bonfanti e Dolcioni (dissero che il mio corpo era enorme, crestato, lungo circa 4 metri, a squame argentee e bluastre coperto di macchie rosse simili ai catarifrangenti delle biciclette), aggiungendo che dalla mia bocca sgorgava acqua come da una fontana.

   Ormai stavo diventando una leggenda, tanto che i pescatori del lago si lamentarono delle magre battute di pesca degli ultimi giorni, incolpando me e la mia presunta voracità, neanche avessi potuto mangiare tutti i pesci del lago.

Menaggio
Menaggio
   Fu lo stesso “Corriere Comasco” del 25 novembre a porre fine alla storia iniziata una settimana prima sulle sue stesse colonne, raccontando di due giovani di Perledo, Ignazio “Gnazi” Varassi e Tugnin Berti, i quali, intravisto il presunto mostro da una finestra dell’osteria dove si trovavano, si precipitarono sulla loro barca, raggiunsero la zona del lago dove lo avevano visto e dopo due ore di strenua lotta riuscirono a pescare uno storione di un metro e mezzo, la testa appiattita e coperta di placche ossee e terminante in un rostro aguzzo coperto da bargigli, tanto da renderlo davvero mostruoso.

   Dopo di allora, per qualche tempo mi lasciarono in pace, almeno fino al 31 agosto 1954, quando fui avvistato ad Argegno da un uomo che pescava dalla riva, tale Palmiro Bianchi, il quale disse che somigliavo a un maiale di poco meno di un metro, con le zampe di un’anatra: solo l’arrivo del figlio munito di fiocina mi impedì di prenderlo, se no gli avrei fatto vedere io se sono un maiale!

   Ma le mie apparizioni non finiscono qui: mi videro ancora, come riporta “L’Ordine” del 7 agosto 1957, alcuni bagnanti sulla spiaggia fra Musso e Dongo, ma anche nel settembre dello stesso anno a Dervio, quando compaio davanti alla batisfera di Luigi Percassi e Renzo Pagani, che si erano immersi per cercare il corpo di una donna morta in un incidente automobilistico: i due mi descrissero come somigliante a un coccodrillo dotato di zampe e della lunghezza superiore al metro.

Bellagio
La costa di Bellagio
   Qualche anno più tardi, nel 1962, gli stessi Pagani e Percassi con la loro batisfera, questa volta alla ricerca di tre pescatori annegati per il rovesciamento della loro barca, mi scambiarono per uno strano pesce abissale con la testa molto grossa.

   E oggi? Ormai sono molto vecchio, preferisco rimanere nascosto nelle profondità del mio lago, tanto trovo sempre qualche mezzo matto che ogni tanto si ricorda di me, come lei, caro Sommariva, che sta scrivendo la mia storia in questo momento.

   O come il cantautore Davide Van De Sfroos, poeta della musica ”country laghèe”, che racconta in una canzone in dialetto lombardo “el mustru” (il mostro) la storia del re dei pescatori del lago, che viene trovato in delirio dentro la sua barca dopo avermi visto e mi descrive così:

   “…l’era faa cume’ un’anguila, l’era gross cume un batèll e ‘l majava tùcc i stell…” (era fatto come un’anguilla, era grosso come un battello e mangiava tutte le stelle).

   Inutile dire che il povero pescatore viene preso per “…el re di rimbambì” (il re dei rimbambiti).

   Ma ho ispirato anche giornalisti e scrittori, fra i quali Giovanni Galli, che nel suo “Il Lariosauro” – Actac Edizioni, narra la storia del partigiano Panàn di Bellano, che avvistatomi nel novembre del 1946 mi paragona a una sorta di reincarnazione del fascismo, mentre il suo rivale, il Parroco Don Lino, come in una nuova edizione di “Peppone e Don Camillo”, vede in me una mostruosa raffigurazione del pericolo comunista.

   Cosa volete che vi dica? Io sono soltanto un povero vecchio mostro che non fa politica: anzi, da buon lombardo preferisco occuparmi di cose più serie e non amo la pubblicità.

   Per questo motivo, se permettete, ritorno fra le acque scure del mio lago, perché avrei proprio da fare. Addio.

   Larrie (Lariosauro)



   Occupiamoci ora dei links:

   Il sito www.mondimedievali.net dedica alcune pagine, corredate di foto, alla storia dell’Isola Comacina.

   Anche il sito www.larioonline.it è ricco di informazioni e di immagini dedicate all’Isola lariana, come del resto il portale www.sistemalagodicomo.it.

   Per documentarsi circa la storia di Varenna, si può consultare ancora il sito Larioonline.it alla pagina www.larioonline.it/lagodicomo/lagodicomo.asp?name=Varenna o visitare www.varennaitaly.com e in particolare la sua pagina dedicata ai cenni storici.

   Per documentarsi in ordine ai fossili di Lariosauro e alla Mostra a lui dedicata nel museo di Merate fra l’aprile e il giugno 2001, basta collegarsi a web.tiscali.it/museomerate/Lariosauro.htm

   La storia degli avvistamenti del Lariosauro sul Lago di Como, oltre che sul libro di Giovanni Galli precedentemente citato, è visualizzabile nella pagina dell’Unione Pesca Sportiva della Provincia di Sondrio.

   Chi volesse leggere il testo completo (in lombardo) della canzone “El Mustru” di Davide Van De Sfroos, può collegarsi al sito www.angolotesti.it.

   Se invece volete catturare il lariosauro, potete iscrivervi all’Associazione Pescatori Dilettanti LARIOSAURO FISHING CLUB, che fra gli obbiettivi statutari si pone anche quello di catturare il Lariosauro con esca artificiale, preferibilmente "mosca" ("fly" nell'accezione più ampia), prelevarne una scaglia per determinarne il DNA, rilasciare l'animale in buono stato di salute al fine di consentirgli nuovi confronti con le future generazioni. Trovate tutti i dettagli alla pagina web della già citata Unione Pesca Sportiva di Sondrio.
 

Ermanno Sommariva

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