3. Termini di confine
La segnatura del territorio occupato da una popolazione si fa risalire ai tempi antichi. Gli oggetti utilizzati per demarcare il territorio erano generalmente di pietra a simboleggiare la perennità del simbolo e di quello che volevano significare. La pietra poteva essere anche un surrogato della montagna, simbolo di invalicabilità e perennità.
I popoli che vivevano di allevamento avevano un rapporto economico indiretto col territorio vivendo dei prodotti che offriva. Quindi, il territorio per loro rimaneva 'aperto' all'espansione o spostamento. Essendo i propri averi ed in particolare il bestiame che assicuravano la vita, la marchiatura dello stesso stava a significare il 'confine' di un possedimento in movimento, il limite al diritto di appropriazione.
La stabilità del territorio è caratteristica delle popolazioni sedentarie ed in questa condizione la zona occupata subiva una dicotomia: ciò che è coltivabile era 'buono' e quindi va protetto con un confine, ciò che è al di fuori è selvaggio e corruttibile, ossia 'cattivo'. La contrapposizione tra i due principi richiedeva una divisione rafforzata dal rito religioso o magico a seconda delle culture.
In Egitto si sono ritrovate pietre di confine chiamate 'is.t risalenti al 2500 a.C. con iscrizioni indicanti la data, l'occasione dell'apposizione, i terreni demarcati. Il nome 'is.t aveva il significato più ampio di orizzonte che segnava il limite tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Molte notizie si acquisirono con il ritrovamento delle pietre di confine di Tell-el Amarna apposte durante il regno del faraone Amenofi IV in corrispondenza dei quattro punti cardinali.
La violazione dei confini era considerata un grave reato e materia di pentimento secondo il LIBRO DEI MORTI. Il cambiare o muovere le pietre di confine era considerato una destabilizzazione dell'ordine cosmico che si rifletteva sulla benevolenza delle divinità verso il popolo.
In Mesopotamia i termini di confine si chiamavano kudurru, ossia pietra infissa sui confini e testimoniante la proprietà di quel terreno. I numerosi kudurru, ritrovati negli scavi archeologici e datati tra il 1500 ed il 650 a.C., sono pietre lavorate a stele od a forma fallica. Le dimensioni variano da 10 cm ad 1 m. Su di essi erano raffigurati uccelli, simboli teriomorfici (teste d'aquila o di vitello, artigli di lupo od orso, zampe di pecora), corpi celesti, divinità varie, iscrizioni attestanti l'estensione dei confini o l'identificazione del proprietario, il nome proprio dato al kudurru che poteva essere considerato una specie di toponimo. Questi segni erano tutelati con l'iscrizione del nome del sovrano regnante e con maledizioni per i violatori la cui attuazione era delegata al potere divino.
Nella civiltà indiana i segni di demarcazione non erano omogenei, ma potevano servire a tale funzione anche vasche d'irrigazione, pozzi, cisterne, tempietti, alberi, siepi. Inoltre, venivano infissi paletti di legno con la parte sotterrata composta di materiale ben identificabile. I confini erano apposti dal sovrano con una cerimonia alla quale partecipavano le due parti confinanti nel periodo maggio/giugno dopo la falciatura delll'erba. La pena per la manomissione dei termini poteva essere pecuniaria o fisica con mutilazioni sul condannato. I segni di confini erano posti sotto la protezione della divinità Manu.
Nell'antica Grecia le proprietà erano demarcate dagli [oria] [Qui come in seguito si porrà tra parentesi quadre la trascrizione in lettere arabiche delle parole greche. n.d.r.]. Il termine [to orion] indicava la linea di confine, sia privato che pubblico. La demarcazione diveniva 'internazionale' se il terreno confinava con il limite della [polis]. I segni di confine erano pietre appena squadrate completamente anonime, sacralizzate da formule di giuramento e posti sotto la tutela del dio Zeus Horios od Apollon Horios. Demostene racconta che un altare in onore a Horios segnava il confine con il Chersoneso. Anche Platone scrive della prassi riguardo i segni di confine.
La demarcazione dei terreni coltivati la si ritrova anche nella storia di Israele. Il segno di confine è indicato in aramaico dalla parola massebah (plurale massebot) col significato letterale di 'pietra eretta'. Le massebot potevano segnare anche i limiti dei pascoli. Ai piedi delle massebot erano deposti i resti dei sacrifici offerti cosparsi di olio, grasso e sangue delle vittime stesse.
I Romani usavano la parola terminus per definire un limite ed una divisione: tra città e campagna (pomerio), tra i campi, tra l'impero e le altre popolazioni, tra lo spazio profano e quello sacro. Un altro possibile sinonimo di terminus sembra essere cipus/cippus o miliarum. I primi indicavano limiti di terreni, mentre i secondi indicavano il punto di partenza di strade. I termini, propriamente detti, erano costituiti da siepi od alberi, puntali di anfore, tronchi o pietre infissi nel terreno.
I gromatici parlano anche di termini succumbi, ossia di quegli oggetti che erano interrati sotto il termine a testimoniare la sua posizione in caso di manomissione. Tali oggetti potevano essere pezzi di carbone, vetri rotti, calce. I termini erano pietre squadrate con incise lettere. Il dio Termine, di origine etrusca, era la divinità protettrice di questi oggetti ed aveva il suo tempio principale sul Campidoglio nel tempio di Iuppiter Optimus Maximus.
Da quanto si è detto si nota immediatamente come sia il concetto di linea di confine che di segno di confine abbiano significati in parte lontani da quelli dati oggi. Nell'antichità si può denotare l'utilizzo dei termini di confine per il solo spazio utile all'uomo e non per un territorio indipendentemente dal suo utilizzo o dalla presenza di insediamenti. Per questo motivo la manomissione dei confini si configurava come un atto contro tutta la comunità, da qui il denominatore comune della protezione sovrannaturale.
Anche in tempi più recenti si sono utilizzati vari tipi di termini di confine.
In regioni sperdute, come sulle montagne, dove vi sono difficoltà di trasporto, si è usato ciò che si trovava a portata di mano come l'accatastare pietre a formare delle piramidi. In altri casi si usarono tronchi di alberi. In zone coperte da foreste si è usato inchiodare legni colorati di nero sugli alberi (vedasi il confine tra Bulgaria, Grecia, Turchia).
L'utilizzo di manufatti della stessa foggia e di ugual materiale è auspicabile sia per una più facile identificazione sia per una più omogenea stima della loro durata per la manutenzione.
I termini di confine moderni sono di forma più semplice del passato (parallelepipedi o troncoconici) e di regola vi sono incisi i seguenti segni:
1) lettere, stemmi o scritte che servono ad indicare sui lati opposti gli Stati confinanti;
2) un numero di quattro cifre chiamato millesimo che indica l'anno di apposizione e non, come si spererebbe, l'anno della firma dell'accordo internazionale che determinò la demarcazione;
3) un numero talvolta preceduto dalla lettera N che identifica il progressivo di tutto il confine o di una sua sezione. Nel caso di aggiunta di nuovi termini si può aggiungere allo stesso progressivo una lettera (A, B, C, ecc.) (vedasi il confine pontificio-napoletano del 1840);
4) in testa al termine si possono incidere dei segmenti che indicano la direzione verso la quale si trova il termine precedente o seguente. Ciò risulta utile nel caso di difficile intervisibilità tra i termini anche se in alcuni trattati, come quello di Saint Germain del 1919, la si richiese espressamente.
Nei tratti montani i termini possono essere sostituiti da incisioni su pietra viva, anche se tale pratica può creare dei problemi di 'visibilità' del confine ad una semplice ricognizione sul terreno.
Nelle zone a vegetazione alta i termini possono essere accoppiati a pali di ferro con tabelle di metallo.
Nel caso dei fiumi è possibile utilizzare termini formati da boe unite tra loro da catene metalliche.