Le principali spedizioni per il transito di Venere del 1761
Quando finalmente arrivò il tanto atteso transito del 1761, Halley era morto da quasi vent'anni.
In Francia ed in Inghilterra, da altrettanto tempo, si discuteva sull'effettiva lunghezza della corda che Venere avrebbe percorso sul disco solare ed i molti matematici impegnati nel fissare le fasi del passaggio, diedero soluzioni spesso contrastanti.
Il problema non era di poco conto poiché, secondo le tavole planetarie aggiornate da Halley, ad esempio, il passaggio del 1769 non sarebbe stato visibile a Parigi, mentre le tavole di Cassini ne prevedevano la visibilità poco prima del tramonto del Sole.
Tra le cause che rendevano imprecise le predizioni di questi fenomeni ricordiamo che era mal conosciuto il moto retrogrado annuo di Venere, dal quale dipendeva gran parte dell'errore di Halley nella previsione del transito del 1761. Quest'errore era stato scoperto da Delisle nel 1760 e ampiamente pubblicizzato. Nelle principali nazioni europee furono organizzate importanti spedizioni scientifiche per l'osservazione del transito.
L'Accademia di Parigi ne promosse due: all'isola di Rodrigue, una colonia nell'Oceano Indiano nell'arcipelago delle Mascarene, l'altra a Pondicherry in India.
La Royal Society, in un primo tempo, pensò di organizzare una spedizione alla Baia di Hudson nell'America Settentrionale, località consigliata da Halley nella sua memoria del 1716, fino ad allora ritenuto uno dei siti più favorevoli all'osservazione del transito. I piani inglesi cambiarono quando dovettero riconoscere l'errore di Halley, corretto da Delisle, che dimostrava la scarsa utilità della spedizione. A Città del Capo Mason e Dixon fecero una delle più accurate osservazioni del fenomeno, mentre, all'isola di Sant'Elena, la sorte non fu benigna con Maskelyne che, a causa delle pessime condizioni meteorologiche, poté osservare il transito per soli 10 minuti.
L'accademico francese Chappe, su invito dell'Accademia di S. Pietroburgo, si recò in Siberia, dove il transito sarebbe stato interamente visibile. La mèta dell'abate Chappe era Tobolsk, capitale siberiana 400 km ad est degli Urali. Arrivare però, durante l'inverno, in un posto simile, a quasi 6000 km da Parigi, richiedeva un coraggio non comune.
Alla fine di novembre del 1760 Chappe partì dalla capitale francese portando con sé, oltre ad un vasto assortimento di strumenti, il suo servitore personale e un orologiaio di fiducia. Dopo un viaggio molto avventuroso, il 10 aprile dell'anno successivo arrivò a Tobolsk. La notte che precedette il transito fu nuvolosa e fredda, Chappe, chiuso nel suo osservatorio, guardava con apprensione il rincorrersi incessante delle nuvole. Finalmente un vento impetuoso da est, poco prima delle 7 del mattino, ripulì il cielo. Il Sole apparve quando già il primo contatto esterno era avvenuto e, quando il pianeta non era ancora completamente entrato sul Sole, vide una piccola atmosfera in forma d'anello attorno al disco.
Altre numerose osservazioni parziali furono eseguite in Europa a Parigi, a Greenwich, a Roma, Firenze e Bologna.
A Roma, troviamo impegnato nell'osservazione Audiffredi, padre domenicano bibliotecario alla Casanatense che aveva un piccolo osservatorio nel convento di Santa Maria sopra Minerva. A Firenze operò il padre Ximenes, direttore dell'osservatorio di San Giovanni Evangelista. Infine, a Bologna, Zanotti, dell'Istituto delle Scienze, osservò il transito insieme ad alcuni collaboratori e colleghi, tra i quali spiccava padre Frisi, grande fisico e matematico. Le osservazioni bolognesi furono poi aspramente criticate da Pingré per la loro presunta imprecisione.
Le osservazioni del passaggio di Venere del 1761 furono esaminate e commentate da astronomi di diverse nazioni.
Rilevante il contributo di Pingré che, in più occasioni, negli anni successivi, le esaminò e le discusse.
Da convinto sostenitore del metodo di Halley, non mancò però di mettere in evidenza il fatto che le località scelte per le spedizioni erano state "troppo sfavorevolmente situate, perché si potesse ricavarne delle conseguenze assolutamente decisive". La sua analisi dei dati indicava che la parallasse solare era compresa nell'intervallo 9.5" ed 11".
L'inglese Short si era, invece, avvicinato molto di più al valore vero della parallasse, 8.6", anche se il modo, spesso arbitrario, con il quale aveva ottenuto questo risultato fu contestato da Pingré.
Questo giocare su differenze di pochi secondi d'arco non era una semplice fisima di astronomi pedanti. La teoria gravitazionale di Newton mostrava in modo inequivocabile che piccole variazioni della parallasse solare modificavano in modo consistente non solo le distanze planetarie, ma anche le dimensioni, le masse e le densità di ogni singolo pianeta.
Il fenomeno che impressionò maggiormente gli astronomi fu l'apparizione della misteriosa "black drop" o, come la chiamavano i francesi, la "goutte noire". Osservata durante il contatto interno da numerosi astronomi, venne descritta come un legamento che univa i bordi di Venere e del Sole.